Danny Robb di Inverting Vision offre una lezione di storia visiva su come siamo arrivati a vedere anche il resto della Luna. A segnalarla è stato FlowingData, che riassume bene il punto di partenza: per gran parte della storia umana abbiamo cartografato soltanto la faccia visibile, perché l’altra era semplicemente fuori campo
.
La storia delle mappe lunari, in effetti, è la storia di un bordo. Nel Seicento astronomi come Johannes Hevelius e Giovanni Battista Riccioli iniziano a disegnare la Luna con il telescopio, aggiungendo dettagli e nomi che in parte usiamo ancora oggi. Ma lavorano su un oggetto che mostra sempre quasi la stessa faccia alla Terra: la librazione concede qualche sbirciata laterale, non una visione completa. È come tentare di fare la pianta di una città guardandola sempre dallo stesso cavalcavia.
Per secoli la mappa resta quindi asimmetrica: molto dettaglio davanti, grandi vuoti dietro. Lo si vede bene anche nel globo lunare di John Russell del 1797, dove la conoscenza si interrompe in macchie bianche e ipotesi. Il salto arriva solo con l’era spaziale. Nel 1959 la sonda sovietica Luna 3 fotografa per la prima volta la faccia nascosta e trasmette a Terra immagini rudimentali ma decisive: compaiono nuovi punti di riferimento, come Mare Moscoviense e il cratere Tsiolkovskiy, e Yuri Lipsky avvia le prime vere carte del lato lontano.
Non basta ancora. Nel 1965 Zond 3 aggiunge nuovi tasselli e mostra per la prima volta Mare Orientale nella sua interezza. Poi arrivano i Lunar Orbiter della Nasa, tra il 1966 e il 1967: migliaia di immagini, una risoluzione molto più alta, il 99 per cento della superficie lunare fotografata. In meno di dieci anni, un continente astronomico rimasto invisibile per millenni entra nei cataloghi, negli atlanti e infine nell’immaginario tecnico della specie. La mappa della Luna smette di essere un ritratto frontale e diventa, per la prima volta, una sfera.
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