Diminuisce di quasi cinque punti percentuali il reddito reale medio delle famiglie italiane, considerando il ventaglio di tempo che va dal 2007 al 2024. Questo rappresenta la quantità di beni e di servizi che le famiglie possono acquistare con il loro reddito nominale (il denaro guadagnato), adeguato per tenere conto dell’inflazione e del costo della vita. Nonostante questo, si può dire che, considerando solo la variazione dell’ultimo anno (i dati del 2024 contro i dati del 2023), il reddito medio annuo delle famiglie (pari a 39.501 euro) cresce sia in termini nominali (di un +5,3%) sia in termini reali (+4,1%).
Sono questi i dati riportati dall’Istituto nazionale di statistica, l’Istat, che nel suo ultimo report sulle condizioni di vita delle famiglie italiane registra una quota di individui a rischio povertà rimasta stabile (18,6% nel 2023 rispetto a 18,9% del 2024), come anche una diminuzione di individui che vivono in famiglie a bassa intensità di lavoro (8,2% contro il 9,2%), mentre aumenta leggermente la quota di coloro che si trovano in condizione di grave deprivazione materiale e sociale (5,2% nel 2023, 4,6% nel 2024). Noi della redazione di Info Data abbiamo studiato le nuove rilevazioni dell’Istituto e vi riportiamo quanto analizzato, insieme ad alcuni grafici per comprendere al meglio gli estremi del fenomeno.
Come spiegare le disuguaglianze
Seguendo gli esempi riportati nello studio dell’Istituto, e spiegando brevemente ai nostri lettori come vengono lette questo genere di numeriche, per misurare la disuguaglianza nella distribuzione dei redditi è possibile ordinare gli individui dal reddito più basso a quello più alto classificandoli in cinque gruppi (quinti). Il primo quinto comprende il 20% degli individui con i redditi più bassi, l’ultimo quinto il 20% di individui con i redditi più alti. Il rapporto fra il reddito totale ricevuto dall’ultimo quinto e quello ricevuto dal primo quinto (rapporto noto come s80/s20) fornisce una misura sintetica della disuguaglianza.
Ebbene, facendo riferimento alla distribuzione dei redditi netti (senza affitti figurativi), nel 2024 l’indicatore s80/s20 è pari a 5,1, in lieve miglioramento rispetto al 2023 (quando era pari a 5,5). Le componenti che hanno contribuito maggiormente alla riduzione della disuguaglianza sono i trasferimenti pubblici e i redditi da lavoro autonomo, per effetto di una crescita relativamente più sostenuta di queste categorie nella coda bassa della distribuzione (primo quinto) rispetto all’ultimo quinto.
Dove sono i redditi minori
Facendo una considerazione geografica, nel 2024 è il Nord-est a presentare il reddito medio familiare più alto tra le quattro aree territoriali (50.407 euro contro un valore medio nazionale pari a 45.265 euro). Non sorprende che è proprio in questa zona che si registra la crescita maggiore in termini nominali rispetto al 2023 (quando era 47.279 euro). Seguono il Nord-ovest (passato a 49.846 euro dai 47.429 euro nel 2023) e il Centro (46.560 euro da 44.001 nel 2023). Nel Mezzogiorno il reddito medio familiare è invece il più basso (37.281 euro) nonostante sia in crescita rispetto all’anno precedente, quando era pari a 34.972 euro.
Che cos’è la povertà lavorativa
Si definisce a rischio di povertà lavorativa un individuo che vive in una famiglia a rischio di povertà, nonostante abbia lavorato per più della metà dell’anno. L’Istituto a riguardo si sofferma molto, spiegando che i redditi da lavoro costituiscono la componente più importante dei redditi familiari per la maggior parte delle famiglie, ma non sempre il reddito proveniente dall’attività lavorativa è sufficiente a eliminare il rischio di povertà per il lavoratore e la sua famiglia. Il reddito individuale da lavoro può risultare insufficiente per vari motivi: a causa di una bassa retribuzione o di una ridotta intensità lavorativa nel corso dell’anno.
Nel 2024, i lavoratori a basso reddito sono in riduzione del 21% rispetto dell’anno precedente. Facendo un identikit di questa categoria, basandoci sui dati Istat, si può dire che appartengono a questo gruppo di lavoratori quasi sempre le donne (il 25,2% di genere femminile contro 16,7% di genere maschile). Inoltre, il rischio è più alto per gli occupati appartenenti alle classi di età più giovani (28,3% per i lavoratori con meno di 35 anni contro un valore minimo pari al 17,9% per quelli nella classe 55-64) e per gli stranieri rispetto agli italiani (38,2% contro 18,2%). La condizione di basso reddito, infine, è associata anche a bassi livelli di istruzione.
Il rischio della povertà lavorativa
Nel report dell’Istituto si legge che nel 2025 risultano a rischio di povertà lavorativa il 10,2% degli occupati tra i 18 e i 64 anni, un dato sostanzialmente invariato rispetto al 10,3% del 2024. Le donne presentano un rischio di povertà lavorativa inferiore a quello degli uomini (8,2% contro 11,7%), nonostante abbiano una maggiore probabilità di avere un lavoro a basso reddito.
Le caratteristiche familiari sono molto rilevanti nel determinare la condizione di povertà lavorativa: l’indicatore risulta pari al 13,3% per le persone sole, rispetto al 4,2% delle coppie senza figli. La presenza di figli accentua il rischio, che passa dal 7,8% per le coppie con un figlio al 16,7% per quelle con tre o più figli. Faccenda che accentua la comprensione del peso umano di questi dati.