Dieci anni fa esatti il Regno Unito si espresse sulla Brexit: il 51,9% votò per lasciare l’Unione Europea, il 48,1% per restarvi. Un margine strettissimo, che però il tempo ha eroso in modo silenzioso e inesorabile: non tanto perché gli elettori abbiano cambiato idea in massa, quanto perché l’elettorato stesso è cambiato.
Secondo un‘analisi pubblicata sulla newsletter Substack di Peter Kellner, sondaggista e fondatore di YouGov, la società internazionale di ricerche di mercato e sondaggi d’opinione nata nel Regno Unito nel 2000, circa sei milioni di elettori anziani, la fascia demografica che dieci anni fa votò in massa per il “Leave”, sono morti dal 2016 a oggi. Nello stesso periodo, parallelamente, circa otto milioni di giovani britannici hanno raggiunto l’età per votare: una nuova generazione che si dichiara schiacciantemente filoeuropea. Il risultato, calcola Kellner, è che anche se nessun elettore del 2016 avesse mai cambiato opinione, il solo ricambio demografico avrebbe comunque cancellato la maggioranza euroscettica che dieci anni fa decise l’esito del referendum.
Un consenso ai minimi storici
A questo ricambio anagrafico si somma un vero e proprio cambio di opinione tra chi ha votato. Secondo l’ultima rilevazione sempre di YouGov, pubblicata il 9 giugno 2026, il fronte di chi considera l’uscita dall’UE un errore storico ha ormai superato di gran lunga i nostalgici del “Leave”: il 57% degli intervistati si dice convinto che la scelta sia stata sbagliata, contro appena il 30% che difende ancora la bontà della secessione. È la prima volta, da quando YouGov traccia la domanda, che il sostegno alla Brexit scende sotto la soglia psicologica del 30%.
Come si voterebbe oggi
Interessante è anche vedere come si sono mossi i due schieramenti del 2016. Oggi il 64% di chi votò per l’uscita dall’UE conferma la propria scelta, ma quasi un quarto (23%) ritiene ormai che il Regno Unito abbia sbagliato a lasciare l’Unione. Sul fronte opposto il ripensamento è quasi assente: ben l’89% di chi nel 2016 votò per restare considera tuttora errata la decisione scaturita dal referendum, e appena il 6% ritiene che il Paese abbia fatto la scelta giusta, nonostante il proprio voto.
Il giudizio dipende chiaramente anche dall’appartenenza politica. La stragrande maggioranza degli elettori di Reform UK ritiene che il Regno Unito abbia fatto bene a lasciare l’UE (80%), mentre tra i conservatori la quota di chi la pensa allo stesso modo è nettamente inferiore (56%). All’opposto, una percentuale compresa tra il 79% e l’85% di chi ha sostenuto Labour, Liberal Democratici o Verdi alle elezioni del 2024 giudica la Brexit una decisione sbagliata.
Chi votò cosa, dieci anni fa
Non deve stupire che sia proprio la generazione più anziana quella che oggi si sta assottigliando per ragioni anagrafiche: furono le fasce più mature della popolazione a spingere per l’uscita dall’UE. Nel 2016 votò per il “Leave” il 27% dei 18-24enni, il 38% dei 25-34enni, il 48% dei 35-44enni, il 56% dei 45-54enni, il 57% dei 55-64enni e il 60% degli over 65: un gradiente quasi perfetto tra età e propensione al voto euroscettico.
Anche il livello di istruzione ha pesato in modo netto: la maggioranza delle persone laureate votò per la permanenza nell’UE (il 57% di chi ha una laurea e il 65% di chi ha un titolo di istruzione superiore), e l’81% di chi all’epoca era impegnato in un percorso di studi a tempo pieno votò per restare. Chi invece aveva concluso il proprio percorso formativo a livello di scuola secondaria o inferiore votò, in generale, per l’uscita.
Anche l’origine etnica raccontava una spaccatura netta, in un referendum in cui l’immigrazione fu tema centrale della campagna: i dati del sondaggista Lord Ashcroft mostrano che la maggioranza degli elettori bianchi (53%) sostenne l’uscita, mentre due terzi delle persone che si identificarono come asiatiche votarono per restare, così come il 73% degli elettori neri. Sette elettori musulmani su dieci scelsero la permanenza nell’UE.
Il dilemma del Labour e il veto di Bruxelles
Questi numeri, osserva Kellner, mettono il Partito Laburista davanti a un delicato equilibrismo politico, specialmente nelle circoscrizioni operaie storicamente pro-Brexit, dove il distacco nazionale tra “giusto” e “sbagliato” si azzera in un testa a testa locale attorno al 45%.
Se da un lato difendere pubblicamente l’esito della Brexit è ormai in contrasto con i dati, dall’altro ipotizzare una richiesta formale di reinserimento nell’UE verrebbe giudicato dagli analisti “bonkers”, folle, nell’immediato.
Quali benefici si aspettano i britannici da un eventuale rientro?
Il sondaggio YouGov di giugno 2026 ha indagato anche su cosa i cittadini britannici si aspetterebbero, in concreto, da un ritorno nell’Unione Europea. Sul piano macroeconomico la fiducia è relativamente diffusa: una modesta maggioranza (tra il 51% e il 55%, a seconda dell’indicatore) ritiene che rientrare nell’UE avrebbe un impatto positivo sull’economia britannica, sulle imprese e sul livello degli scambi commerciali internazionali. Quasi la metà degli intervistati (46-47%) si aspetta benefici anche sul piano dell’influenza diplomatica del Regno Unito in Europa e sulla sicurezza nazionale. In entrambi i casi, non più del 19% degli intervistati prevede un impatto negativo, mentre tra il 16% e il 23% ritiene che non cambierebbe granché.
Il quadro cambia però quando si passa dal livello nazionale a quello personale: i britannici sono molto meno convinti di poterne beneficiare direttamente. Solo il 31% pensa che le proprie finanze familiari migliorerebbero rientrando nell’UE, contro un 32% che si aspetta nessuna differenza e un 17% che teme addirittura un peggioramento.
Allo stesso modo, appena il 30% ritiene che il Servizio Sanitario Nazionale (NHS) trarrebbe beneficio dall’appartenenza all’UE, e solo il 28% pensa che la politica britannica sarebbe più stabile in caso di adesione. Sul fronte dell’immigrazione, quattro britannici su dieci (41%) credono che rientrare nell’UE porterebbe a un aumento dei flussi migratori verso il Regno Unito, una quota sostanzialmente equivalente al 37% che invece non si aspetta cambiamenti significativi nei numeri.
Anche su questo tema, però, la spaccatura tra i due schieramenti del 2016 resta profonda: il 65% di chi votò di lasciare l’UE si aspetta che un rientro nell’UE farebbe salire l’immigrazione, mentre tra chi votò di rimanere la stessa convinzione è condivisa solo dal 25%, con il 50% che prevede invece livelli sostanzialmente stabili.