Un esperimento condotto su oltre 8.300 persone in quattro paesi — Italia, Germania, Stati Uniti e Argentina — dimostra per la prima volta con evidenza sperimentale che le persone valutano l’ipotesi di avere un figlio non solo in base al proprio reddito o alla propria casa, ma anche in base a quanto si fidano del futuro del proprio paese: economia, clima, tenuta democratica e rischio di conflitti pesano quanto un asilo nido pubblico, e in alcuni contesti quasi quanto un aumento di stipendio. Certo, paese più, paese meno: a noi italiani questi aspetti premono più che agli statunitensi.
È la conclusione di uno studio pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS) da un team di ricercatori dell’Università Bocconi e dell’Università di Padova. La ricerca mette in discussione l’idea che la crisi demografica dei paesi ricchi si spieghi soprattutto con le politiche familiari o con la parità di genere: anche dove queste condizioni migliorano, la fecondità continua a scendere — un paradosso che gli autori riconducono alla crescente instabilità percepita del contesto globale.
Un interessante metodo di misurazione
È interessante focalizzarsi su come è stata pensata la misurazione. Il dato distintivo dello studio non è tanto la scoperta in sé — che l’incertezza scoraggi la genitorialità è un’ipotesi discussa da anni — quanto il metodo usato per dimostrarla con rigore causale. A ciascuno degli 8.334 rispondenti sono state proposte cinque coppie di scenari familiari ipotetici, ognuno costruito combinando in modo casuale otto variabili — età della partner, numero di figli già avuti, reddito familiare, casa in proprietà o in affitto, divisione dei compiti tra i partner, disponibilità di asili nido pubblici, e quattro condizioni di contesto (clima, economia, democrazia, conflitti internazionali), ciascuna presentata come stabile o in peggioramento.
Poiché ogni attributo viene assegnato casualmente e indipendentemente dagli altri, il disegno sperimentale permette di isolare l’effetto specifico di ciascun fattore — cosa impossibile con un sondaggio tradizionale, dove nella vita reale reddito, casa e contesto politico sono tutti correlati tra loro. Ai rispondenti è stato chiesto di immaginare ogni scenario come la propria situazione reale e di indicare, su una scala da 1 a 10, quanto sarebbero stati propensi ad avere un figlio entro tre anni in quelle condizioni. I ricercatori hanno poi convertito gli effetti di ciascun fattore in un equivalente monetario, calcolando quanto reddito aggiuntivo servirebbe per ottenere lo stesso incremento nell’intenzione di fecondità generato da un contesto macro più stabile.
Italiani più sensibili a clima e conflitti
Il fattore che pesa di più nella scelta di avere un figlio per noi italiani resta di gran lunga il reddito familiare, seguito da proprietà della casa e disponibilità di asili nido. Ma lo studio mostra che, tradotti in termini monetari, i fattori “macro” hanno un peso paragonabile a queste leve tradizionali: la percezione di stabilità geopolitica equivale, per un italiano, a circa 856 dollari di reddito mensile aggiuntivo; l’ottimismo sul clima a circa 811 dollari; la fiducia nella tenuta democratica a circa 765 dollari; le prospettive economiche positive a circa 594 dollari. A confronto, un asilo nido a tempo pieno vale circa 607 dollari, e una divisione egualitaria del lavoro domestico circa 536 dollari.
A differenza di Argentina, Germania e Stati Uniti — dove uno o due fattori macro emergono con chiarezza sopra gli altri — in Italia gli effetti sono distribuiti in modo più uniforme. Con una precisazione importante, che nel dibattito pubblico rischia di andare persa: i dati mostrano comunque una sensibilità leggermente più marcata verso il rischio climatico e il rischio di conflitto internazionale rispetto a economia e tenuta democratica — un segnale, secondo gli autori, di una percezione diffusa di pressione ambientale e instabilità regionale nel contesto italiano.
Consideriamo che il campione italiano dello studio è composto da 2.070 persone tra i 20 e i 44 anni. Il numero ideale di figli dichiarato dagli italiani è 1,62 — il valore più basso del confronto, contro 1,84 in Germania e 1,79 in Argentina. Il 44% degli intervistati italiani ha già almeno un figlio, e il reddito familiare medio del campione (rettificato per il potere d’acquisto) è di circa 4.258 dollari mensili.
Agli americani interessa tutto molto meno
Il dato più sorprendente riguarda gli Stati Uniti, che si distinguono nettamente dagli altri tre paesi per la loro scarsa reattività ai fattori macro. Mentre in Argentina, Germania e Italia il deterioramento climatico, l’instabilità democratica e il rischio di conflitto riducono in modo significativo le intenzioni di fecondità, negli Stati Uniti questi effetti risultano deboli o quasi assenti — in particolare il rischio di conflitto internazionale, che appare avere un’influenza minima sulle scelte riproduttive dichiarate dagli intervistati americani.
Gli autori propongono due possibili spiegazioni. La prima è una forma di assuefazione: il prolungato coinvolgimento militare degli Stati Uniti in teatri di guerra all’estero avrebbe “normalizzato” la presenza del conflitto nel dibattito pubblico, riducendone la rilevanza percepita per le decisioni familiari quotidiane. La seconda è geografica: la distanza fisica dai principali fronti di crisi contemporanei — dall’Ucraina al Medio Oriente — attenuerebbe l’immediatezza con cui i rischi geopolitici si traducono in aspettative personali sul futuro.
Resta però centrale, anche negli Stati Uniti, il ruolo del reddito: sebbene il gradiente sia più piatto rispetto all’Argentina — dove uscire dalle fasce di reddito più basse produce aumenti particolarmente marcati nelle intenzioni di fecondità — la sicurezza economica resta ovunque, Stati Uniti compresi, il fattore che pesa di più nella decisione di avere un figlio.
Cosa significa per le politiche familiari
Gli autori sostengono che concentrarsi solo su trasferimenti economici, congedi parentali o servizi per l’infanzia — per quanto rilevanti — rischia di essere insufficiente se non si affronta anche la percezione diffusa di instabilità del contesto in cui le famiglie si trovano a decidere. In altre parole: si può avere un buon sistema di asili nido, ma se i giovani non si fidano del futuro economico, climatico o geopolitico del proprio paese, la propensione ad avere figli resta compressa. Una lettura che sposta parte della responsabilità delle politiche natalità dal ministero della Famiglia a un piano più ampio di stabilità istituzionale e percepita del paese.
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