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tecnologia

Le Big Tech Usa investono quasi 2 miliardi al giorno, circa 85 milioni ogni ora. L’intelligenza artificiale si sta mangiando il capitalismo leggero

Per vent’anni le Big Tech hanno vissuto di software: si scrive una volta, si vende miliardi di volte. Pochi stabilimenti, pochi magazzini, margini larghi. Un capitalismo senza bulloni. Poi è arrivata l’Ai. Google, Amazon, Microsoft e Meta stanno comprando server, chip, terreni, trasformatori, fibra ottica ed energia. Le aziende della nuvola sono diventate acciaierie del calcolo. Secondo i calcoli del Financial Times, dall’inizio del boom, nel 2023, i quattro hyperscaler hanno investito 1.100 miliardi di dollari. Per quest’anno prevedono altri 745 miliardi, soprattutto in data center e semiconduttori. Sono più di 2 miliardi al giorno, circa 85 milioni ogni ora. Il tassametro dell’AI corre anche mentre nessuno la sta usando.

Il grafico dell’Economist con i dati della Banca dei regolamenti internazionali mostra la velocità del fenomeno. Posto a 100 il livello degli investimenti prima del boom, l’Ai è arrivata vicino a 450 in tre anni. Più della mania dei canali americani, delle ferrovie britanniche, dei ruggenti anni Venti e della bolla dot-com. La scala è logaritmica, quindi comprime le distanze. Eppure la linea rossa sembra comunque un razzo.

Il conferma qualcosa che già sappiamo: l’AI generativa richiede molto capitale. Per addestrare e utilizzare i modelli servono decine di migliaia di acceleratori, memorie, reti ad alta velocità, raffreddamento ed elettricità. Non basta scrivere un algoritmo. Bisogna costruirgli intorno una città industriale. A spingere a spendere c’è poi un fattore psicologico, e cioè la paura di restare indietro. Nessun amministratore delegato vuole spiegare di avere risparmiato 50 miliardi mentre il concorrente conquistava la piattaforma informatica dei prossimi vent’anni.

La macchina gira. Resta da capire se i biglietti venduti pagheranno il carburante.

Info realizzata con Claude e Gemini

Il fattore tempo.

Prima di parlare di ritorno dagli investimenti occorre valutare il fattore tempo. Un data center richiede anni prima di produrre ricavi. Amazon parla di circa due anni tra l’avvio di un progetto e l’installazione dei server. Nel frattempo bisogna pagare terreni, costruzione, energia e macchine. È come aprire centinaia di alberghi senza sapere quanti turisti arriveranno e quanto saranno disposti a pagare. Il cash flow complessivo dei quattro gruppi è sceso a 7 miliardi di dollari, il livello più basso da un decennio. Google ha registrato un flusso di cassa libero negativo per 6 miliardi, pur aumentando i ricavi cloud. Gli investitori hanno iniziato a chiedere il conto. Non basta più crescere. Bisogna dimostrare che ogni miliardo speso tornerà indietro con qualche amico.

Il rischio maggiore riguarda ciò che è già stato promesso.

Google, Microsoft e Meta hanno sottoscritto in un solo trimestre quasi 900 miliardi di dollari di nuovi impegni legati all’AI, tra leasing di data center, server, capacità cloud ed energia. Meta ne ha aggiunti 233 miliardi, più altri 68 miliardi nel mese successivo. Microsoft ha firmato oltre 130 miliardi di nuovi contratti per data center. Sono binari già posati. Anche se la domanda rallenta, il treno continuerà a pagare il pedaggio.

Poi c’è quello dell’obsolescenza da AI. 

Un ponte può durare un secolo. Un chip per l’AI può sembrare vecchio dopo tre anni. È cemento sposato con uno smartphone. Questa dinamica in parte l’abbiamo conosciuta nel settore Pc, quando il software richiedeva computer sempre più potenti. Ma quello era un mercato piccolo, videogiochi e software per la produttività. Qui ci muoviamo su una tecnologia che è pervasiva e sarà presente in ogni ambito della nostra vita.

E poi c’è i rischio sovracapacità e la concentrazione.

Tutti costruiscono scommettendo su una crescita eccezionale. Se la domanda fosse soltanto buona, molti server resterebbero sottoutilizzati e partirebbe una guerra dei prezzi.Una parte importante della domanda poi dipende da società come OpenAI e Anthropic, che devono continuare a raccogliere capitali per comprare potenza di calcolo. Il fornitore finanzia il cliente, il cliente compra dal fornitore e le valutazioni di entrambi dipendono dalla crescita del circuito. Da lontano sembra una prolunga collegata a se stessa.

E infine l’energia. Data center, trasformatori e connessioni alla rete sono già colli di bottiglia. La corsa sta facendo salire i costi anche per chi resta fuori, come Apple, colpita dall’aumento dei prezzi delle memorie.

Quindi ritorna la domanda di sempre: bolla o rivoluzione?

La domanda è posta male. Una tecnologia può cambiare il mondo e produrre investimenti eccessivi. Le ferrovie trasformarono l’economia, ma molti azionisti ferroviari persero denaro. Internet vinse, molte società dot-com no. Per giustificare questa montagna di capitale, l’AI dovrà vendere servizi, ridurre davvero i costi delle imprese e aumentare la produttività dell’economia. Il primo risultato comincia a vedersi. Il secondo è ancora irregolare. Il terzo resta una promessa. Nelle corse all’oro guadagna chi vende pale. Questa volta, però, gli stessi cercatori stanno comprando le miniere, costruendo le centrali e finanziando i clienti che dovranno acquistare l’oro. Il sistema funziona. Finché qualcuno trova davvero il metallo.

Cosa è Ai Stories? Storie lunghe su fatti, accadimenti e personaggi della rivoluzione Ai Gen.

Per approfondire.