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cronaca

Peggiora la libertà di stampa in Italia e nel mondo. I numeri del World Press Freedom Index del 2026

Cento su centottanta Paesi, in tutto il mondo, hanno registrato nell’ultimo anno un deterioramento delle proprie condizioni di libertà di stampa per via delle pressioni politiche sull’informazione, registrate in diversi territori, dell’intensificarsi di tendenze dispotiche di molti governi e per il forte indebolimento del mercato dei media. Questo è quanto si legge nel report del World Press Freedom Index, arrivato alla sua venticinquesima edizione, quella del 2026, e sviluppato da Reporters Without Borders (RSF), un’organizzazione internazionale senza scopo di lucro.

 

In venticinque edizioni, l’indicatore della libertà di stampa ha registrato il calo più significativo nell’ultimo anno, un chiaro segnale che il giornalismo è sempre più criminalizzato in tutto il mondo. Noi della redazione di Info Data abbiamo analizzato i risultati e ve li riportiamo, insieme ad alcuni grafici, per garantire a tutte le lettrici e ai lettori de Il Sole 24 Ore una maggiore comprensione dei fenomeni.

 

La metodologia utilizzata

Per stilare le classifiche viene definito un indice. L’indicatore è basato, in parte, su un questionario che pone domande riguardanti il pluralismo, l’indipendenza dei media, l’ambiente, l’autocensura, la struttura legislativa, la trasparenza e le infrastrutture. Il questionario, inoltre, considera il quadro giuridico per i media, il livello di indipendenza dell’informazione pubblica e, punto importante, tiene anche conto delle violazioni del libero flusso di informazioni su internet. Ma, oltre al questionario, ci sono delle valutazioni fatte direttamente dall’Organizzazione, come le violenze contro i giornalisti, i netizen e gli assistenti dei mezzi di comunicazione, inclusi gli abusi attribuibili allo Stato, a milizie armate, a organizzazioni clandestine o a gruppi di pressione. Questi vengono monitorati dallo staff di RSF durante l’anno e sono anch’esse incluse nel punteggio finale.

 

Il questionario, per raggiungere il maggior numero di territori in tutto il mondo, viene esternalizzato dall’organizzazioni ai suoi partner: diciotto organizzazioni non governative per la libertà di espressione ubicate nei cinque continenti, con i relativi centocinquanta corrispondenti in tutto il mondo tra giornalisti, ricercatori, giuristi ed attivisti dei diritti umani. Alcuni Paesi sono esclusi dal rapporto per mancanza di informazioni affidabili o confermate. Inoltre, poiché le domande ed i calcoli su cui sono basati i punteggi sono cambiati nel corso degli anni, i punteggi sono usati esclusivamente per comparare i Paesi entro un determinato ventaglio di tempo annuale.

 

 

 

Una libertà sempre più rara

Tra i principali risultati del report si legge che il punteggio medio di tutti i Paesi e territori del mondo non è mai stato così basso. Per la prima volta nella storia dell’indice, più della metà dei Paesi oggetto di osservazione rientra nelle categorie “difficile” o “molto grave” in riferimento alla libertà di stampa.

 


Il calo più significativo, tenendo in considerazione i cinque diversi indicatori, riguarda il piano giuridico – per inciso, gli altri quattro parametri sono: il contesto economico, di sicurezza, politico e sociale del giornalismo –, faccenda che fa capire quanto la stampa sia sempre più criminalizzata in tutto il mondo. Infatti, tra il 2025 e il 2026, questo punteggio è peggiorato in oltre il 60% degli Stati, equivalenti a 110 su 180 Paesi totali. Ciò vale in particolare per l’India (che si ritrova al 157° posto della classifica), ma anche per l’Egitto (169°), Israele (116°) e la Georgia (135°). La criminalizzazione del giornalismo, che affonda le sue radici nell’aggiramento delle leggi sulla stampa e nell’uso improprio della legislazione d’emergenza, si sta dunque rivelando un fenomeno globale.

 

Il peggioramento nelle democrazie
Alcune retrocessioni danno un segnale preciso sull’attuale status delle democrazie. Si pensi, ad esempio, alle posizioni in classifica perse dagli Stati Uniti: sette in totale. Il presidente Donald Trump, secondo quanto riportato dall’Organizzazione, ha trasformato i suoi ripetuti attacchi alla stampa e ai giornalisti in una politica sistematica, facendo scendere gli Stati Uniti al 64° posto.

Nel report si citano anche alcune democrazie dell’America Latina. I presidenti Javier Milei e Nayib Bukele — tra i sostenitori più accesi di Donald Trump — hanno preso spunto dalla Casa Bianca nel loro approccio ai media, con risultati, com’era prevedibile, simili. L’Argentina di Javier Milei (al 98° posto) ha perso ben undici posizioni, mentre El Salvador di Nayib Bukele (al 143°) ne ha perse otto. I cali significativi registrati sono legati in particolare al deterioramento degli indicatori politici e sociali di questi Paesi, che riflettono un aumento dell’ostilità del governo nei confronti della stampa e delle pressioni su di essa.

L’Europa e l’Italia
Riprendendo quanto definito dall’Organizzazione, nonostante l’entrata in vigore dell’European Media Freedom Act (EMFA), diversi Stati membri dell’Unione europea continuano a violare la normativa. Sebbene i Paesi dell’Ue abbiano generalmente mantenuto le loro posizioni di vertice nell’indice, il quadro generale rimane contrastante. L’Estonia, ad esempio, è scesa dal secondo al terzo posto a causa delle pressioni politiche esercitate sulla stampa. Resta la Norvegia, come dal 2017, la prima in classifica. Seconda l’Olanda.

Tuttavia, guardando ai Paesi dell’Europa orientale, come anche per l’Asia centrale, questi rimangono caratterizzati da regimi altamente restrittivi, come la Bielorussia (165°, -1 posizione), l’Azerbaigian (171°, -4), la Russia (172°, +1) e il Turkmenistan (173°, +1), che registrano alcuni dei punteggi più bassi al mondo per l’indicatore giuridico.

E l’Italia? Il nostro Paese è al cinquantaseiesimo posto nella classifica globale, prima della Liberia, Stato dell’Africa Occidentale, e dopo l’Ucraina. Questo perché siamo presenti nel rapporto con un indicatore di libertà di stampa al livello “problematico”, simile alle situazioni rintracciabili nell’Europa dell’Est. Inoltre, nell’ultimo anno, abbiamo perso ben sette posizioni. Nove, se guardiamo alla classifica del 2024, quando eravamo quarantaseiesimi. E il quadro, in realtà, peggiora ancora se prendessimo in considerazione la nostra posizione dal 2023, quando ci piazzavamo al quarantunesimo posto. Ricapitolando: quindici posizioni perse in tre anni nella classifica della libertà di stampa globale.

Per approfondire. 

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