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cronaca

C’è una correlazione fra la presenza di sintomi depressivi e la propensione a credere a informazioni false sui vaccini

La depressione rende le persone più vulnerabili, e nuove evidenze mostrano che grossa parte di loro possono essere più propense a credere alla disinformazione. Un pregiudizio generale verso la negatività, o la tendenza a concentrarsi su informazioni negative piuttosto che positive, può esacerbare la diffusione della disinformazione. Questa è l’ipotesi da cui è partita un’ampia ricerca della Harvard Medical School presso il Massachusetts General Hospital pubblicata su JAMA. La risposta pare affermativa: non sarà così per tutti – la scienza è statistica – ma si osserva una correlazione fra presenza di sintomi depressivi e propensione a credere ad almeno una delle quattro affermazioni false sui vaccini anti COVID19 proposte dagli scienziati. Queste persone avevano la metà di probabilità di risultare vaccinate.

Other race includes Native American or Alaska Native and Pacific Islander or Native Hawaiian. Ideology was assessed using a 7-point scale, (range, 1-7, with 1 indicating extremely liberal and 7, extremely conservative). The odds ratio (OR) was calculated per 1-point increase. NA indicates not applicable.

La ricerca ha esaminato un campione molto ampio: 15.464 adulti provenienti da tutti i 50 stati degli Stati Uniti fra maggio e luglio 2021 che hanno risposto dapprima a un questionario che includeva affermazioni relative ai vaccini COVID-19, dove veniva chiesto loro di segnalare le affermazioni che ritenevano vere e quelle false. Dopo aver risposto a questo primo questionario, ve ne era un altro che misurava la prevalenza di sintomi depressivi, con domande mirate elaborate da specialisti del Massachusetts General Hospital. Il risultato è che la presenza di depressione era associata a una maggiore probabilità di fidarsi di fonti di disinformazione.

Other race includes Native American or Alaska Native and Pacific Islander or Native Hawaiian. Ideology was assessed using a 7-point scale, (range, 1-7, with 1 indicating extremely liberal and 7, extremely conservative). The odds ratio (OR) was calculated per 1-point increase. NA indicates not applicable.

4.164 intervistati su ben 15.464 persone (il 26,9%) presentavano sintomi depressivi moderati o maggiori, e 2.964 intervistati (il 19,2%, cioè uno su cinque!) approvavano almeno una dichiarazione di disinformazione relativa al vaccino. Proiettando il campione sulla popolazione statunitense, significa che il 29,3% degli intervistati con depressione moderata o maggiore approva almeno un’affermazione falsa su COVID19 rispetto al 15,1% di quelli senza sintomi depressivi maggiori.

Per ognuna delle quattro affermazioni i rispondenti dovevano indicare se la reputavano vera, imprecisa o se non ne erano sicuri. Queste affermazioni sono state selezionate sulla base della disinformazione prevalente sulle piattaforme dei social media nella primavera del 2021, fra cui “I vaccini COVID-19 altereranno il DNA delle persone“, “I vaccini COVID-19 contengono microchip che potrebbero tracciare le persone“, “I vaccini anti-COVID contengono tessuto polmonare di feti abortiti” e “I vaccini COVID-19 possono causare infertilità, rendendo più difficile rimanere incinta“.
Per quanto riguarda la misurazione dei sintomi depressivi nelle due settimane precedenti all’intervista, i partecipanti al sondaggio hanno completato il Patient Health Questionnaire 9 item (PHQ-9). Nelle strutture di assistenza primaria statunitensi, un valore pari o superiore a 10 rappresenta almeno una depressione moderata e viene spesso considerato come soglia per il trattamento. Per questo gli autori hanno scelto a priori di esaminare la presenza o l’assenza di sintomi depressivi per punteggi maggiori di questa soglia.

Perlis e i suoi colleghi hanno anche analizzato i dati del sottogruppo di 2.809 intervistati che hanno risposto a un ulteriore sondaggio, due mesi dopo il primo. Le persone che presentavano sintomi di depressione nel primo sondaggio avevano il doppio delle probabilità rispetto a quelli senza depressione di sostenere una maggiore disinformazione con il passare dei mesi. L’aspetto interessante è che le opinioni politiche o l’appartenere a gruppi demografici più o meno abbienti, non sono fattori molti significativo: questa tendenza si riscontra in tutti i gruppi di persone esaminati.

Non possiamo concludere che la depressione abbia causato questa suscettibilità – precisano gli autori – ma i dati suggeriscono che la depressione era presente prima della disinformazione; non è cioè la disinformazione a rendere le persone più depresse“.

Questo studio non è solo interessante per capire sempre meglio chi sono le persone più suscettibili alla disinformazione, certo non per colpa loro, ma perché ci mostra un’ennesima ragione per potenziare l’assistenza alla salute mentale fra la popolazione, per garantire che le persone abbiano accesso al trattamento per la depressione e l’ansia. La salute mentale sarà uno dei pilastri ineludibili sui quali costruire la sanità post-pandemia.