Un’infografica pubblicata da Visual Capitalist , basata sul rapporto 2026 della Radford University e della Florida Gulf Coast University, mostra come li Stati Uniti concentrino quasi due terzi dei serial killer identificati nel mondo dal 1900. Un primato che racconta però anche quanto sia difficile misurare e confrontare questo fenomeno.
I numeri sono impressionanti. Negli Stati Uniti sono stati identificati 3.803 serial killer, pari al 62,9% del totale censito. Al secondo posto troviamo l’Inghilterra, con 188 casi, seguita dalla Russia (172), dall’Australia (153) e dal Giappone (145).
E l’Italia?
È al decimo posto con 102 serial killer documentati, l’1,69% del totale. Davanti alla Francia, che ne conta 97, ma dietro la Germania, con 105. La definizione adottata dai ricercatori comprende gli autori di almeno due omicidi commessi in eventi distinti. La classifica considera i casi identificati, escludendo quelli relativi ad assassini che hanno agito in più Paesi.
Perché gli Stati Uniti hanno numeri così elevati?
Il dato americano non significa necessariamente che negli Stati Uniti esista una maggiore propensione agli omicidi seriali. La spiegazione è anche statistica: la disponibilità di archivi giudiziari, registri carcerari e informazioni investigative rende più semplice identificare e documentare i casi. In altri Paesi, con sistemi di rilevazione meno accessibili, una parte del fenomeno potrebbe rimanere sommersa. Inoltre, la graduatoria confronta valori assoluti, non rapportati alla popolazione. Non misura quindi il rischio individuale di diventare vittima di un serial killer.
Il fenomeno è in declino?
C’è infine un dato che racconta una storia diversa da quella delle serie televisive. Negli Stati Uniti, negli anni Settanta, erano attivi quasi 300 serial killer conosciuti. Negli anni Dieci del Duemila erano meno di 50: una diminuzione superiore all’80%. Tra le possibili spiegazioni figurano i progressi nelle analisi del DNA, la diffusione delle telecamere e una migliore condivisione delle informazioni tra le forze dell’ordine. Anche i cambiamenti nelle abitudini sociali potrebbero aver contribuito. La conclusione è che la geografia dei serial killer non fotografa soltanto la distribuzione del crimine. Racconta anche quanto siamo diventati capaci di riconoscerlo, collegare gli indizi e misurarlo
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