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scienze

Come si misurano i flussi migratori globali nascosti?

Gaskin, T., Abel, G.J. Deep learning four decades of human migration. Nature (2026).

Quante persone si spostano da un paese all’altro ogni anno? Una domanda apparentemente semplice, spesso al centro di accesi dibattiti politici, che si rivela però sorprendentemente difficile da rispondere. I dati esistenti sono frammentati, le definizioni di “immigrazione” variano da paese a paese, e intere aree del mondo restano praticamente invisibili agli strumenti di rilevazione tradizionali. Ora, uno studio pubblicato su Nature prova a colmare questo vuoto con un approccio inedito: un modello di intelligenza artificiale addestrato su fonti eterogenee di dati, capace di restituire la fotografia più dettagliata mai ottenuta dei movimenti migratori globali.
Il lavoro è firmato da Thomas Gaskin (London School of Economics) e Guy J.Abel (Università di Hong Kong).

Al cuore c’è una rete neurale

Lo strumento al cuore del progetto è una rete neurale ricorrente profonda, addestrata su una combinazione di fonti che non aveva precedenti per ampiezza e varietà: i dati sulle popolazioni migranti pubblicati dall’ONU; i flussi intra-europei del database QuantMig, finanziato dall’Unione Europea; le statistiche nazionali sull’immigrazione di Svezia, Nuova Zelanda e Finlandia; e — dato significativo — i dati anonimi e aggregati sulla localizzazione degli utenti di Facebook, provenienti da 181 paesi.
Il risultato è un set di stime bilaterali — cioè tra ogni coppia di paesi del mondo, per ogni anno del periodo studiato — con una copertura globale senza precedenti. Ma il dataset non si limita a fornire numeri: include anche stime di affidabilità, indicando per quali paesi i dati sono più solidi e per quali le cifre vanno trattate con maggiore cautela. È un dettaglio metodologico non secondario, perché segnala con onestà dove il modello si muove su terreno sicuro e dove invece si avventura in zone d’ombra.

Perché i numeri sulle migrazioni non sono solidi

C’è un’immagine nello studio che è particolarmente rilevante: quella che misura lo stato reale dei dati disponibili (in foto). Per la stragrande maggioranza delle coppie di paesi del mondo — i cosiddetti “corridoi” origine-destinazione — non esiste alcun dato ufficiale registrato nel periodo 1990-2020: né dal lato del paese di partenza, né da quello di arrivo. La copertura statistica globale sulle migrazioni è, in altri termini, piena di buchi. Ma il problema non si esaurisce nelle lacune: anche dove i dati esistono, spesso non concordano tra loro. Il caso del corridoio Polonia-Germania è emblematico — uno dei più monitorati d’Europa, eppure le autorità tedesche e quelle polacche producono cifre divergenti sugli stessi flussi, semplicemente perché ciascuna misura il fenomeno dal proprio lato del confine. Analogamente, tre istituzioni autorevoli — l’ONU, il Census Bureau americano e l’istituto di statistica francese INSEE — forniscono stime diverse della migrazione netta per la Francia. E le stime ONU sulla presenza di cittadini somali in Etiopia cambiano da una revisione all’altra del database, a volte in modo sostanziale, anche perché in alcuni casi si basano sui dati UNHCR sui rifugiati e in altri no.

Spostamenti in crescita

I dati prodotti dal modello disegnano una traiettoria netta: dal 2000 al 2023, i movimenti migratori globali sono più che raddoppiati, passando da 13 milioni di persone all’anno a circa 35 milioni. Non si tratta semplicemente di un effetto della crescita demografica mondiale — la migrazione pro capite ha seguito una curva analoga, salendo dallo 0,2% del 2000 allo 0,45% del 2023, segno che è aumentata la propensione stessa a spostarsi, non solo il numero assoluto di persone sul pianeta.
A livello regionale, l’Europa si conferma stabilmente in cima alla classifica per volume di migrazione intraregionale (cioè da un paese europeo all’altro) — superata solo una volta, nei primi anni Novanta, dall’Africa subsahariana nel pieno della guerra civile rwandese. Prima del 2020, i flussi lordi intra-europei avevano raggiunto circa tre milioni di persone all’anno, cresciuti progressivamente nel corso degli anni Duemila e Duemiladieci sull’onda dell’espansione verso est dell’Unione Europea e dell’area Schengen. Dal 1990 a oggi, i movimenti dall’Europa orientale a quella occidentale ammontano complessivamente a circa 20 milioni di persone, con una media di 600.000 l’anno.

 

È il Medio Oriente ad aver ricevuto il maggiore afflusso complessivo di migranti, alimentato soprattutto dai flussi provenienti dal Sud Asia e dalle Filippine. Il corridoio tra il Bangladesh e l’Arabia Saudita da solo ha registrato in media circa 300.000 ingressi all’anno a partire dal 2010. Guardando al quadro complessivo dell’area, dal 2010 a oggi circa 19 milioni di persone — una media di 1,35 milioni l’anno — si sono spostate da India, Pakistan e Bangladesh verso Arabia Saudita, Qatar, Bahrain ed Emirati Arabi Uniti. Un numero che mette in prospettiva anche il flusso messicano verso gli Stati Uniti, storicamente considerato uno dei corridoi migratori più imponenti del mondo: 13,6 milioni di movimenti nell’intero periodo dal 1990 a oggi, un volume significativo ma inferiore a quello che il Sud Asia ha diretto verso il Golfo Persico nel solo arco degli ultimi quindici anni.

Se leggendo ti stai chiedendo quanti sbarchi ci sono stati in Italia e quanti stranieri sono arrivati in Italia negli ultimi 15 anni, quanti regolari e quanti irregolari, trovi la mappa interattiva sul sito di ISPI.

Image Credit: Tim Lüddemann, (CC BY-NC-SA 2.0)

Oltre i luoghi comuni (sbagliati)

La posta in gioco, in ogni caso, va ben oltre la statistica. La ricerca scientifica sulle migrazioni segue tradizionalmente i dati disponibili, e quelli disponibili riguardano soprattutto i paesi ad alto reddito. Questo squilibrio ha avuto conseguenze concrete sulla narrativa pubblica: ha alimentato una rappresentazione distorta del fenomeno migratorio come qualcosa che accade ai paesi ricchi, piuttosto che come una rete globale di movimento umano — con rotte intermedie, ritorni, cicli — che coinvolge ogni angolo del pianeta.
Perché questo potenziale si traduca in impatto concreto, però, sono necessarie alcune condizioni, precisano gli autori. Il dataset deve essere reso accessibile non solo ai ricercatori ma anche ai decisori politici e all’opinione pubblica, in formati comprensibili e aggiornati con regolarità.

Classificazioni giuridiche diverse infine — rifugiati, richiedenti asilo, migranti climatici — introducono complessità concettuali che nessun modello statistico, per quanto sofisticato, può risolvere da solo.

Image Credit: Tim Lüddemann, (CC BY-NC-SA 2.0)

 

Per approfondire.

Chi arriva e chi parte: i flussi migratori spiegati bene

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Caos, crisi climatica e migrazioni globali #ungraficoeunlibro