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Cinque numeri per raccontare l’era di Tim Cook alla Apple+: un impero da record, ma orfano del “Next Big Thing”

Il 31 agosto 2026 è stato l’ultimo giorno di Tim Cook alla guida di Apple. Dal primo settembre il timone è passato a John Ternus, il 50enne entrato a far parte del team della progettazione di Apple nel 2001 e che è diventato vicepresidente della divisione nel 2013.

L’eredità di Tim Cook alla guida di Apple è la storia del passaggio da fabbrica di sogni e disruption tecnologica a macchina operativa e finanziaria perfetta. Succeduto a Steve Jobs nel 2011 tra scetticismi diffusi, Cook ha trasformato Cupertino nel titano più ricco del pianeta, blindando la supply chain, internalizzando i semiconduttori (i chip proprietari Apple Silicon) e monetizzando ogni singolo dispositivo attraverso l’esplosione dei Servizi (App Store, iCloud, Pay).

Eppure, a fronte di numeri stratosferici, il bilancio industriale rivela ombre marcate. Sul piano dell’innovazione pura, la sua gestione è stata conservativa: nessun dispositivo ha davvero replicato la rivoluzione dell’iPhone. L’ambizioso Project Titan (l’Apple Car) è stato cancellato dopo dieci anni di spese a vuoto; il Vision Pro è rimasto un visore d’élite senza massa critica; e sull’Intelligenza Artificiale generativa Cupertino ha accumulato un ritardo strutturale, costretta a rincorrere e ad allearsi con partner esterni. A questo si aggiungono le vulnerabilità geopolitiche legate alla dipendenza dalla Cina e la morsa antitrust globale, a partire dal Digital Markets Act europeo. Cook lascia un colosso solido come non mai, ma a corto di visione. Ora in cinque numeri ecco l’eredità di Tim Cook

4.000 miliardi di dollari

Il trionfo finanziario assoluto. È la consacrazione dell’efficienza e della fiducia di Wall Street. Sotto la guida di Cook, le azioni Apple sono cresciute di oltre il 2.000%, con più di 1.000 miliardi di dollari restituiti agli azionisti tra dividendi e massicci piani di buyback. Da sola, la società è arrivata a pesare circa il 7% dell’intero indice S&P 500, quadruplicando la base dipendenti.

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La stasi dell’innovazione. In 15 anni, le categorie hardware sono cinque. Tre sono quelle dell’era Jobs (iPhone, Mac, iPad). Cook ha lanciato con successo due accessori complementari (Apple Watch e AirPods), ma i tentativi di creare mercati inediti hanno mostrato il fiato corto: l’HomePod è rimasto marginale, il Vision Pro non ha sfondato tra i consumatori e l’auto elettrica è stata definitivamente rottamata nel 2024.

1,5 miliardi di abbonati ai servizi software

La svolta del modello di business. Se Jobs vendeva oggetti del desiderio, Cook ha capito prima di altri che la vera miniera d’oro era l’ecosistema. Ha trasformato una base attiva di oltre 2,5 miliardi di dispositivi in una rendita costante e ad altissimo margine attraverso abbonamenti a cloud, musica, pagamenti e commissioni software, slegando parzialmente le entrate dalla sola vendita fisica dei telefoni.

638 miliardi di dollari bruciati in 3 giorni

Il tallone d’Achille della Cina. Il crollo record di capitalizzazione registrato a seguito dei dazi commerciali statunitensi è la fotografia del rischio strutturale creato dal modello Cook. Costruita su una logistica quasi interamente polarizzata in Cina e Taiwan (fino al 90% della componentistica storica), la catena del valore di Apple ha reso l’azienda ostaggio delle tensioni geopolitiche tra Washington e Pechino e dei compromessi con la censura cinese.

19 miliardi di dollari di sanzioni UE (e il ritardo sull’AI)

Lo scontro regolatorio. Tra il maxi-recupero fiscale in Irlanda da 14,4 miliardi e le sanzioni antitrust, l’Europa è stata il terreno di scontro più duro per Cook. Il modello di ecosistema chiuso (il “walled garden”), cardine dei suoi profitti, è oggi sotto assedio per pratiche anticoncorrenziali. Uno stallo normativo (con il DMA) che ha finito per impattare anche la tecnologia del futuro, rallentando l’integrazione di Siri e della nuova suite di AI generativa, settore in cui Apple si trova per la prima volta a inseguire. Qualcosa però recentemente è cambiato. Dopo due anni di confronto con Bruxelles, Apple prova a chiudere uno dei dossier più complicati. In una nota ufficiale il gigante di Cupertino ha deciso di venire incontro alle richieste dell’Antitrust Ue modificando alcune condizioni commerciali per le app utilizzate in Europa. Dal primo ottobre, in pratica, cambieranno le condizioni economiche per gli sviluppatori che distribuiscono applicazioni nell’Unione europea.

Per approfondire. 

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