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I numeri sul rapporto fra i giovani di oggi e le lingue

C’è un dato che sorprende, nel panorama dell’istruzione superiore italiana: i laureati magistrali in lingue non solo tengono, ma sono ai massimi storici. Abbiamo interrogato anno per anno l’enorme database di Almalaurea e abbiamo notato che nel 2024 sono 6.567, il valore più alto dall’inizio della serie storica che abbiamo esaminato. Un primato che arriva al termine di una crescita lunga quasi vent’anni, e che racconta una storia ben diversa da quella del declino culturale spesso evocato quando si parla di giovani italiani e lingue straniere.
La traiettoria è inequivocabile. Nel 2006, quando il nuovo ordinamento universitario era ancora in fase di rodaggio, i laureati in discipline linguistiche erano 4.359 in totale, di cui la maggior parte ancora inquadrata nei vecchi percorsi pre-riforma. Con l’affermarsi del ciclo magistrale i numeri crescono con costanza: 3.618 nel 2009, 4.519 nel 2012, 4.802 nel 2015, 5.116 nel 2018. Il salto più netto arriva tra il 2018 e il 2021, quando i laureati magistrali passano da 5.116 a 6.318. E nel 2024 si sale ancora, a 6.567: un aumento del 50% in sei anni, e del 4% solo nell’ultimo triennio.

Cosa spiega questa crescita? In parte, la struttura stessa del mercato del lavoro: in un’economia sempre più internazionalizzata, la competenza linguistica è percepita come un requisito trasversale, non più appannaggio di pochi specialisti. In parte, la crescita dell’offerta formativa: le università italiane hanno moltiplicato i corsi magistrali in lingue abbinandoli a curricula in comunicazione internazionale, mediazione culturale, turismo e commercio estero.

Si va anche meno in Erasmus, specie chi studia lingue

C’è un terzo indicatore che aggiunge complessità al quadro: la mobilità internazionale degli studenti triennali. Sempre i dati AlmaLaurea mostrano differenze profonde fra i millennials – la generazione che oggi ha intorno ai 40 anni e che è stata la vera generazione Erasmus – e i loro fratelli e sorelle più giovani. Il calo è generale: nel 2006 l’8,6% dei laureati triennali aveva avuto un’esperienza di studio all’estero, quota salita al 10,6% nel 2009 – il picco dell’intera serie – per poi attestarsi su valori simili per anni: 10,0% nel 2012, 9,7% nel 2015, 9,8% nel 2018. Poi la pandemia porta il dato al 6,8% nel 2021, e la ripresa parziale all’8,4% nel 2024 non riporta ai livelli pre-Covid.

Ma è fra i laureati triennali in lingue che il crollo fa più impressione. Nel 2015, il 40% di chi si laureava in lingue aveva fatto un’esperienza Erasmus o equivalente durante la triennale. Un dato comprensibile, fisiologico quasi, per un percorso di studi che ha nell’internazionalizzazione la sua ragion d’essere. Nel 2024, quella quota è scesa al 24,7%. Meno di uno su quattro. Un crollo di quasi sedici punti percentuali in meno di un decennio, che segnala una trasformazione profonda nel modo in cui i giovani che studiano lingue vivono – o non vivono più – la mobilità durante la triennale.

Eppure c’è un dato che fa da contrappeso e che aiuta a capire dove sta andando questa generazione: nel 2024, il 7,3% dei laureati triennali in lingue dichiara che proseguirà la propria formazione all’estero per la magistrale. Non un Erasmus semestrale, ma una scelta strutturale: cambiare paese, cambiare sistema universitario, costruire un percorso internazionale fin dalla specializzazione. È la conferma di una tendenza che rende coerenti tutti i numeri fin qui esaminati: la mobilità breve cala, quella radicale cresce.

…perché i giovani vanno direttamente all’estero

La chiave per leggere questi dati in modo coerente sta nell’ultimo tassello: i giovani italiani non rinunciano all’internazionalizzazione, ma la cercano attraverso canali diversi da quelli tradizionali. Da un lato, nelle università italiane proliferano i corsi erogati interamente in inglese, che rispondono alla domanda di formazione internazionale senza richiedere di emigrare. Dall’altro, cresce il numero di italiani che sceglie di iscriversi direttamente a un ateneo straniero, saltando del tutto il passaggio per l’università italiana.

Secondo i dati Eurostat, sono 17.248 gli studenti italiani che nel 2021 risultavano iscritti a un corso di laurea o dottorato all’estero per almeno tre mesi, con l’85,6% che aveva scelto un’altra nazione europea. Ma il fenomeno è in rapida crescita, per lo meno fra chi può permetterselo. Secondo l’UNESCO Institute for Statistics, nel 2023 oltre 84.000 studenti italiani risultavano iscritti a università estere.
Le destinazioni rivelano scelte razionali, non romantiche. Il Regno Unito guida la classifica con 14.479 iscritti nonostante Brexit e rette elevate, seguito dalla Germania con il suo sistema quasi gratuito e fortemente collegato al mondo del lavoro. Crescono i Paesi Bassi, la Francia, la Spagna e l’Irlanda, che offrono corsi in inglese e sbocchi professionali concreti. Negli Stati Uniti, nell’anno accademico 2022-23, gli studenti italiani iscritti a università americane erano 6.274, pari allo 0,6% di tutti gli studenti internazionali negli USA, secondo il rapporto Open Doors di IIE e del Dipartimento di Stato.

I giovanissimi scelgono sempre meno il liceo linguistico

Eppure, proprio mentre le lauree magistrali in lingue segnano il record, qualcosa di diverso accade a monte. Abbiamo esaminato i dati Mur sulle iscrizioni alle scuole superiori dal 2017 a oggi, e il segnale è in controtendenza rispetto al dato universitario: il liceo linguistico perde terreno.
Nel 2019-2020, anno di punta, il liceo linguistico raccoglieva il 9,3% di tutti gli iscritti alle superiori. Una quota costruita nel tempo: nel 2017-2018 era al 9,0%, nel 2018-2019 al 9,1%. Da quel massimo la discesa è stata continua. Nel 2020-2021 si scende all’8,8%, poi all’8,4% nel 2021-2022, fino al minimo del 7,4% nel 2022-2023. Una parziale ripresa nei due anni successivi – 7,7% nel 2023-2024 e 7,86% nel 2024-2025 – non inverte la tendenza: la proiezione per il 2026-2027 torna al 7,69%.

Come si conciliano questi due movimenti opposti? La spiegazione sta probabilmente nelle trasformazioni dell’offerta universitaria. Chi vuole laurearsi in lingue non passa necessariamente per il liceo linguistico: può arrivarci dal liceo scientifico, dal classico, da un istituto tecnico. Il liceo linguistico tradizionale sembra aver perso la centralità come anticamera naturale degli studi linguistici. Le famiglie – e i quattordicenni che scelgono – preferiscono percorsi percepiti come più flessibili, riservandosi la specializzazione in lingue all’università.

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