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scienze

La classifica dei virus più letali del mondo

C’è una differenza sostanziale tra un virus che uccide molto e un virus che uccide spesso. La prima misura si chiama case fatality rate (CFR): è la percentuale di persone infettate che muoiono. La seconda riguarda la diffusione. Visual Capitalist ha ordinato i dieci virus più letali al mondo proprio in base alla CFR, non al numero totale di vittime. È una graduatoria che misura la pericolosità biologica una volta che il contagio è avvenuto, non l’impatto globale sulla popolazione (Fonte: Visual Capitalist, “Ranked: The World’s 10 Deadliest Viruses by Fatality Rate”, 2026).

In cima alla classifica c’è la rabbia. Una volta comparsi i sintomi clinici, la letalità è prossima al 100%. È un dato che impressiona: significa che, in assenza di profilassi tempestiva prima dell’esordio dei sintomi, quasi nessun paziente sopravvive. È un virus noto da millenni, oggi prevenibile con vaccino post-esposizione, ma ancora responsabile di migliaia di morti l’anno in aree con sistemi sanitari fragili. È il paradosso epidemiologico: letalità massima, incidenza relativamente bassa e prevenzione efficace se applicata in tempo.

Subito dopo compaiono i filovirus, come Ebola e Marburg. Nei focolai non controllati la CFR può superare il 50-70%, con punte ancora più elevate in alcune epidemie storiche. Qui la dinamica è diversa: trasmissione limitata rispetto ai virus respiratori, ma impatto devastante nelle comunità colpite. L’infrastruttura sanitaria diventa il vero fattore discriminante: accesso a cure intensive, isolamento rapido, tracciamento dei contatti riducono drasticamente la mortalità.

Altri virus zoonotici come Hantavirus e l’influenza aviaria H5N1 mostrano tassi di letalità che in alcuni cluster superano il 40-50%. Sono infezioni che saltano dall’animale all’uomo e raramente si trasmettono in modo sostenuto tra persone. È come avere una miccia corta ma difficile da accendere: pochi casi, ma spesso gravi. Il virus Nipah, anch’esso zoonotico, rientra nello stesso schema, con tassi di mortalità che oscillano tra il 40% e oltre il 70% a seconda dell’epidemia e delle condizioni di assistenza sanitaria.

Questa classifica, però, non coincide con l’impatto storico. HIV, per esempio, non ha una letalità acuta paragonabile ai filovirus, ma in quattro decenni ha causato oltre 40 milioni di morti a livello globale. La sua forza non è stata la rapidità con cui uccide, ma la capacità di diffondersi silenziosamente e cronicizzarsi in assenza di terapia. Allo stesso modo SARS-CoV-2 ha avuto una letalità molto inferiore rispetto ai virus in cima alla graduatoria, ma la sua elevata trasmissibilità ha prodotto un numero assoluto di decessi enormemente superiore.

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