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I lavoratori domestici sono più dei docenti e di chi lavora nei trasporti. E la metà è pagata in nero

Stando a quanto emerge dalla seconda indagine Censis sulle famiglie associate ad Assindatcolf, il 58,5% di esse preferisce assumere una badante per assistere un parente anziano piuttosto che ricorrere a una RSA (Residenza sanitaria assistenziale). Solo il 41,5% delle famiglie prende infatti in considerazione quest’ultima opzione, e di queste, il 21,3% si rivolgerebbe a una struttura convenzionata, il 14,2% a una privata, mentre solo il 6% al pubblico.
I motivi sono semplici: il 60% dei rispondenti ha l’idea che con una persona in casa l’anziano sia meglio curato e ascoltato, e un altro 20% ritiene che il distacco dalla propria abitazione produrrebbe effetti negativi sul familiare da assistere. La questione delle spese da affrontare sembra invece avere molta meno importanza.

Durante la pandemia, il numero di lavoratori domestici regolarmente assunti – prevalentemente lavoratrici – è cresciuto, sia nel 2020 che nel 2021. Nel 2021, i lavoratori domestici contribuenti all’Inps sono stati 961.358, con un incremento rispetto al 2020 pari a +1,9% (cioè 18.273 assunti in più): per la metà colf e per la metà badanti. Queste ultime dieci anni fa erano 300 mila, mentre oggi sono 450 mila. Le colf invece nell’ultimo decennio sono diminuite, passando da 600 mila nel 2011 a 500 mila nel 2021. Per fare un paragone, solo i lavoratori del terziario e i meccanici sono numericamente di più – rispettivamente con 4,1 e 2,3 milioni di persone. I lavoratori domestici sono più dei docenti e di chi lavora nei trasporti. In particolare, le assunzioni hanno registrato un primo picco nel mese di marzo 2020 (durante il primo lockdown), e un altro nei mesi di ottobre e novembre (in conseguenza delle nuove restrizioni anti-Covid e dei primi effetti della regolarizzazione dei lavoratori stranieri), presumibilmente riconducibili alla regolarizzazione di lavoratori domestici, altrimenti impossibilitati a proseguire l’attività a causa delle misure restrittive. Le chiusure dovute alla pandemia hanno influito sulle scelte delle famiglie, che hanno preferito avviare nuovi contratti di lavoro per avere la certezza della presenza del lavoratore. A questo si è aggiunta la “sanatoria” (inserita nel decreto “Rilancio” 34/2020), che in un anno ha già prodotto 125 mila emersioni.
Fra gli assunti, il 21%, cioè una persona su cinque, lavora oltre 40 ore settimanali, il 12% dalle 30 alle 39 ore, il 32,7% dalle 20-29 ore, il 16,6% dalle 10 alle 19 ore alla settimana e solo il 16%, una persona su otto, meno di 9 ore settimanali.
Lo racconta il Rapporto annuale 2021 dell’Osservatorio Lavoro Domestico.

L’anno buio della pandemia ha comunque prodotto un crollo del PIL del lavoro domestico, analogamente al calo del PIL nazionale. Per la retribuzione dei lavoratori domestici regolari, le famiglie italiane nel 2020 hanno speso circa 5,8 miliardi, a cui vanno poi aggiunti i contributi (1 miliardi) e i TFR (0,4 miliardi), per un totale di 7,2 miliardi per la sola componente regolare. Considerando anche la spesa per la componente irregolare (quindi solo la loro retribuzione), si ottiene un volume complessivo di 14,9 miliardi spesi dalle famiglie per la gestione dei lavoratori domestici.

Non possiamo tuttavia concludere che nel complesso colf e badanti se la siano passata bene: si stima infatti che i 920 mila lavoratori registrati all’INPS rappresentino meno della metà del totale, che supererebbe dunque le 2,1 milioni di persone. Difficilmente infatti possiamo pensare che 450 mila badanti riescano a soddisfare il fabbisogno di una popolazione anziana sempre più nutrita. I dati ISTAT relativi al 2019 avevano evidenziato infatti per il lavoro domestico un tasso di irregolarità pari al 57%, ben al di sopra rispetto alla media di tutti i settori, che si assesta al 12,6%. I datori di lavoro sono addirittura di più dei lavoratori: 108 ogni 100 lavoratori, ma si ritiene ve ne siano almeno il doppio che assumono persone in nero. Oltre un terzo delle famiglie paga il dipendente in modo “variabile”, il 36,6% in contanti solo il 23,9% con un bonifico e il 2,7% in assegni.

Il fatto che le regolarizzazioni siano cresciute è comunque un fattore positivo per il sistema paese, dal momento che colf, badanti e baby sitter regolari rappresentano l’1,1% del PIL del 2020. Il fatto che le famiglie si sobbarchino la spesa del welfare delle persone anziane significa un risparmio per lo stato stimato a 11,6 miliardi di euro (lo 0,7% del PIL), che lo Stato dovrebbe spendere se gli anziani accuditi in casa venissero ricoverati in struttura.

Uno dei nodi ancora da sciogliere è tuttavia la questione dei diritti, per esempio la malattia di colf, badanti e baby sitter, che è ancora a carico delle famiglie. Un dato interessante è che su 750 mila lavoratrici domestiche, solo 6 mila sono in maternità, cioè lo 0,8%, contro una media degli altri settore di quasi il 4%. Equiparare la malattia agli altri settori costerebbe allo stato 33,5 milioni di euro. Si stima che nel 2020 le famiglie ne abbiano spesi 72 di milioni per la malattia dei propri dipendenti.

“Attendiamo l’imminente presentazione della Legge delega sulla non autosufficienza convinti che il Governo recepirà le proposte avanzate nel “Patto per un nuovo welfare”, ha dichiarato Andrea Zini, Presidente di Assindatcolf. Servono incentivi economici per un lavoro regolare e stabile nel settore sotto forma di deducibilità fiscale o di credito d’imposta; una professionalizzazione degli addetti che sia sostenuta e riconosciuta, anche da contratti collettivi e l’istituzione di un assegno universale per la non autosufficienza che abolisca gli attuali piccoli e inutili sussidi, con la previsione di una maggiorazione nel caso sia utilizzato con trasparenza”.

Il PNRR, con i suoi investimenti nell’ambito dell’Assistenza domiciliare agli anziani non autosufficienti e non solo, potrebbe essere una buna occasione per ricalibrare questo fondamentale aspetto del welfare.

 

Per approfondire. 

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