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economia

I giovani al sud più poveri dei migranti

Il dato che emerge dal Rapporto 2016 della Caritas sulla povertà è chiaro: se a livello nazionale il peso degli stranieri sulle fasce povere continua a essere maggioritario (57.2%), nel Mezzogiorno gli italiani hanno fatto il “sorpasso” e sono al 66.6%.

Il Rapporto mette in luce anche un radicale cambiamento: il vecchio modello italiano di povertà, che vedeva gli anziani più indigenti, non è più valido. Oggi la povertà assoluta risulta inversamente proporzionale all’età, specie in certe aree italiane; le persone che si sono rivolte alla Caritas risultano avere in media 44 anni, di cui i disoccupati e gli inoccupati rappresentano insieme il 60.8%. Per quanto riguarda i profughi, la percentuale è ancora più alta: essi sono in larga parte uomini (92.4%) tra i 18 e i 34 anni (79.2%).

Si registra un significativo cambiamento di tendenza anche rispetto al genere: per la prima volta risulta esserci una sostanziale parità tra uomini (49.9%) e donne (50.1%), a fronte di una lunga e consolidata prevalenza del genere femminile.

La povertà risulta inoltre drammaticamente in crescita: si è infatti passati da 1.8milioni di persone povere nel 2007 a 4.6milioni del 2015. I bisogni più frequenti sono di ordine materiale: spiccano i casi di ristrettezza economica (76.9%) e di disagio occupazionale (57.2%). Per i migranti – sono 7.700 quelli che si sono rivolti ai Centri di ascolto della Caritas – il principale problema è quello abitativo, sperimentato nel 55.8% dei casi.

Articolo a pagina 26 del Sole 24 Ore del 17 ottobre 2016
Ultimi commenti
  • Borbonia Felix |

    La Nazione Borbonica ha una sola possibilita’…divincolarsi dallo Stato italiano tiranno !

  • Rocco Morelli |

    Nel momento in cui guerre, cambiamento climatico o sottosviluppo alimentano migrazioni epocali non v’è dubbio che l’accoglienza sia obbligo evangelico! Quando il danno è fatto non si può che porvi riparo in qualche modo. Occorre però ricordare che anche l’accoglienza è soggetta a criteri di sostenibilità. Come in ogni cosa anche nei fenomeni migratori si distinguono parti di bene e di male al tempo stesso. Ma, nell’ipotesi di intervento su aspetti avversi, sembra saggio intervenire sulle cause piuttosto che sugli effetti dei fenomeni, impedendo che le cause continuino a produrre danno (per i migranti, per i paesi di accoglienza e per le future generazioni). Dall’Italia, oggi, partono giovani laureati e diplomati per trovare altrove non più un lavoro di prestigio, ma un lavoro che garantisca la sopravvivenza. Ciò succede proprio mentre giungono poveri diseredati da ogni dove a reclamare il loro giusto pezzo di pane e di vita. In molti si chiedono se invece di continuare a permettere questo svuotamento del Paese di risorse umane su cui Stato e famiglie hanno investito e accogliere chi è profugo o povero per effetto di piani e volontà egemoniche, non sia il caso di ripensare – per il lungo termine – a quell’insegnamento “petrino” che sottolinea come il diritto di emigrare sia preceduto dal diritto di non emigrare e avere accesso nella propria terra, nella propria comunità, a condizioni di vita e di esistenza dignitose. Oggi, invece, in Siria, le potenze del Consiglio di Sicurezza ONU si sentono ciascuna per proprio conto in diritto a seguire strategie individuali piuttosto che intervenire con l’autorità che è propria di una “Società delle Nazioni” per ristabilire giustizia e bene comune. Intanto il Mondo guarda attonito, ma non non interviene!

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