I dati dell’Uppsala Conflict Data Program elaborati in queste settimane dal PRIO – Peace Research Institute Oslo – restituiscono un quadro impietoso: il 2025 è stato uno degli anni più violenti dal 1946. Ecco alcuni numeri per capire cosa sta succedendo nel mondo, e perché dovrebbe interessarci.
1. Record di conflitti armati dal 1946
Nel 2025 sono stati registrati 65 conflitti armati in 35 paesi, sei in più rispetto all’anno precedente. È il dato più alto mai rilevato dall’UCDP dal 1946. Un primato che racconta non solo la diffusione della violenza organizzata, ma anche la sua crescente difficoltà di risoluzione: molti di questi conflitti si trascinano da anni, talvolta da decenni, senza che si intraveda una via d’uscita negoziale. A trainare il numero di morti sono stati tre conflitti su tutti: l’invasione russa dell’Ucraina, i bombardamenti su Gaza e la guerra civile in Sudan, con il massacro di El Fasher come episodio più sanguinoso.
2. Record di conflitti internazionali dal 1946
I conflitti che oppongono direttamente due o più Stati sono raddoppiati in un solo anno: da quattro nel 2024 a otto nel 2025, il numero più alto mai registrato dal 1946. È una tendenza particolarmente allarmante perché i conflitti internazionali hanno una dinamica diversa da quelli interni: coinvolgono eserciti regolari, possono rapidamente estendersi oltre i confini originari e sono storicamente più difficili da fermare senza una mediazione esterna credibile. Diversi conflitti di confine latenti sono sfociati in violenza aperta, segnale di tensioni geopolitiche sempre più difficili da contenere. Parallelamente, i conflitti non statali sono invece leggermente calati: 75 nel 2025, contro i 79 del 2024, con circa 14.500 morti in combattimento — un calo che non attenua il quadro complessivo.
3. Quintuplicati i morti in un solo anno – a trainare il Sudan
Il salto è brutale: dalle 14.200 vittime del 2024 alle 76.500 del 2025. Un aumento di oltre cinque volte in un anno, attribuibile in larga misura alle stragi perpetrate in Sudan da attori non statali. La violenza unilaterale è quella esercitata deliberatamente contro i civili — non il risultato di scontri tra forze armate, ma uccisioni mirate di persone inermi. Non si registrava un numero simile dal genocidio ruandese del 1994: un termine di paragone che da solo dice tutto sulla gravità della situazione.
4. I 5 anni più violenti post Guerra Fredda per i conflitti di Stato
Il 2025 è stato il terzo anno più violento dell’era post-Guerra Fredda per quanto riguarda i conflitti che coinvolgono almeno uno Stato. Circa 245.000 persone hanno perso la vita in battaglia — una cifra che fa impressione anche solo a scriverla, e che è stata superata solo nel 2021, 2022 e 2024. Il dato non è un’anomalia: è la conferma di una tendenza. Gli ultimi cinque anni, presi insieme, hanno fatto registrare più morti in battaglia dell’intero ventennio precedente al 2021.
5. I conflitti non statali sono peggiorati in 15 anni
Nel 2025 si sono registrati 75 conflitti non statali, in calo rispetto ai 79 del 2024. Molti sono a bassa intensità e tendono a ripresentarsi in modo discontinuo, il che spiega anche una certa volatilità del dato da un anno all’altro. Nonostante questi segnali in controtendenza, il livello complessivo di violenza non statale si è stabilizzato su valori strutturalmente più alti rispetto al periodo precedente al 2013: non si tratta quindi di un miglioramento reale, ma di un’oscillazione all’interno di una fascia di violenza che si è alzata e non è più tornata ai livelli precedenti. L’Africa è il continente più colpito, con 34 conflitti — 14 solo in Nigeria. Le Americhe seguono con 32, concentrate tra Brasile, Colombia e Messico.
6. Record storico dal 1989 di violenza contro i civili
Nel 2025, 55 soggetti — governi e gruppi armati — hanno fatto ricorso alla violenza unilaterale, il dato più alto dal 1989, anno in cui l’UCDP ha iniziato a raccogliere dati sistematici su questa categoria. Dagli anni Duemila, questo numero è cresciuto in modo costante, rimanendo sopra quota 40 dal 2019. Tra gli episodi più gravi del 2025: le stragi di massa in Sudan, la violenza legata all’ISIS nella Repubblica Democratica del Congo e, in Tanzania, la repressione delle proteste post-elettorali tra novembre e dicembre, con oltre 1.000 vittime — un livello di violenza mai registrato prima in quel paese dall’UCDP in nessuna delle tre categorie di conflitto monitorate.
7. In 5 anni tanti morti come nei 20 anni precedenti messi insieme
In cinque anni, nei conflitti armati hanno perso la vita oltre 930.000 persone. Una cifra quasi identica al totale registrato nei venti anni precedenti al 2021: un decennio e mezzo di violenza compresso in un lustro. Tre guerre ne spiegano la maggior parte. Il conflitto in Etiopia tra il governo federale e il Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray ha causato oltre 288.000 morti tra il 2021 e il 2022, in quella che è rimasta una delle crisi più sottorappresentate nell’agenda mediatica occidentale. L’invasione russa dell’Ucraina ha provocato circa 370.000 morti in battaglia tra il 2022 e il 2025: il numero più alto mai registrato in un singolo conflitto dal 1989, con il conflitto che non mostra segnali di risoluzione. La guerra a Gaza ha causato circa 70.000 morti tra il 2023 e il 2025, con il cessate il fuoco con Hamas che ha ridotto temporaneamente l’escalation, mentre si registrava una recrudescenza nel Libano meridionale tra Israele e Hezbollah, una tendenza che è proseguita nel 2026.
8. 65 conflitti in “soli” 35 paesi
Il divario tra numero di conflitti e numero di paesi coinvolti è diventato uno degli indicatori più significativi e meno discussi degli ultimi anni. Fino al 2012, le due curve correvano quasi parallele: a ogni nuovo paese in conflitto corrispondeva, grosso modo, un conflitto in più. Poi si sono separate bruscamente: i conflitti si sono moltiplicati, i paesi colpiti molto meno. Nel 2025, 65 conflitti si concentrano in soli 35 paesi. Myanmar ne ospita cinque; Israele ne conta cinque tra conflitti civili e internazionali; Afghanistan, Camerun, Mali, Nigeria e Pakistan ne hanno più di tre ciascuno. Solo 16 paesi su 35 registrano un unico conflitto.
Le ragioni di questa concentrazione sono molteplici, spiegano gli autori del rapporto del PRIO: i conflitti passati aumentano la probabilità che ne nascano di nuovi; le fazioni in lotta tendono a frammentarsi generando nuovi fronti; gli Stati deboli perdono progressivamente il controllo sul monopolio della forza; e il confine tra violenza politica, criminalità organizzata e milizie diventa sempre più poroso e difficile da tracciare.
Per approfondire.
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