Elon Musk ha perso. Sam Altman ha vinto. Formalmente. Ma se si guarda oltre il tabellone del tribunale della California, il processo che ha messo uno contro l’altro i due cofondatori di OpenAI racconta una storia diversa: non ha vinto nessuno. Ha perso l’idea romantica che l’intelligenza artificiale potesse nascere fuori dalla logica del profitto. Nell’articolo troverete alcune dei più famosi scambi di battute su X tra Elon e Musk.
Regarding the OpenAI case, the judge & jury never actually ruled on the merits of the case, just on a calendar technicality.
There is no question to anyone following the case in detail that Altman & Brockman did in fact enrich themselves by stealing a charity. The only question…
— Elon Musk (@elonmusk) May 18, 2026
no thank you but we will buy twitter for $9.74 billion if you want
— Sam Altman (@sama) February 10, 2025
In meno di due ore la giuria ha liquidato il caso Musk contro OpenAI. Non perché le accuse fossero infondate nel merito, ma perché presentate fuori tempo massimo. L’uomo più ricco del mondo non è simpatico. Ha perso per motivi procedurali. Ma di certo non ha vinto Altman che adesso però potrà trasformare la sua OpenAi nata come società no-profit nella più ricca quotazione in Borsa di tutti tempi.
Musk esce dall’aula con il ruolo che gli riesce peggio: quello della vittima. L’ex migliore amico di Trump ha ammesso di sentirsi “uno sciocco” per avere investito 38 milioni di dollari nella OpenAI originaria, quella nata nel 2015 come laboratorio no-profit per sviluppare una AI “a beneficio dell’umanità”.
This is a remarkable claim given what I have heard alleged that Elon does to manipulate X to benefit himself and his own companies and harm his competitors and people he doesn’t like. https://t.co/HlgzO4c2iC
— Sam Altman (@sama) August 12, 2025
Ha accusato Altman e Greg Brockman di avere “rubato una charity”. Ha chiesto 180 miliardi di dollari di danni e la rimozione dei vertici di OpenAI. Ma durante il processo è emersa anche un’altra verità. I legali dell’amministratore delegato di ChatGPT hanno respinto punto dopo punto le accuse, sostenendo che Musk fosse a conoscenza del piano per la creazione di una società a scopo di lucro e di averlo sostenuto. Il capo della Tesla in effetti avrebbe cercato di assumere il controllo dell’iniziativa e fatto causa solo dopo essere stato respinto. Questo per dire che nessuno in quell’aula nessuno era lì per lottare per l’anima dell’Ai. In questa vicenda non c’è un buono e un cattivo. C’è solo un imprenditore che ora potrà veleggiare verso la quotazione.
Veniamo ora a lui. Il vincitore morale e sostanziale. L’uomo che oggi controlla il motore tecnologico più potente del pianeta dopo aver trasformato una fondazione filantropica in una macchina da guerra finanziaria. OpenAI ha raccolto capitali per oltre 120 miliardi di dollari e ora la sentenza spiana la strada a una quotazione che potrebbe diventare la più grande della storia della Silicon Valley.
Lots has been said about this, here is one thing: https://t.co/5selyH3Obv
— Sam Altman (@sama) August 12, 2025
Ma proprio qui sta il punto. Questo processo non ha assolto OpenAI. L’ha spiegata.
Per anni la narrativa ufficiale è stata semplice: OpenAI nasce no-profit per salvare il mondo dall’intelligenza artificiale incontrollata. Una specie di Greenpeace dell’algoritmo. Poi arriva la realtà: addestrare modelli giganteschi costa decine di miliardi. Servono data center, chip Nvidia, energia elettrica quanto una nazione media. E così la no-profit diventa una struttura “ibrida”, poi una public benefit corporation, poi di fatto una supercorporation globale.
La forma filantropica iniziale è stata il cavallo di Troia perfetto. Ha attratto ricercatori idealisti, finanziatori visionari, consenso politico e reputazione morale. Era la startup con l’aureola. Ma dentro quell’aureola cresceva già il nucleo della futura potenza commerciale.
Il processo ha semplicemente tolto il velo.
The Verge lo ha scritto nel modo più duro: la vera lezione del caso Musk contro Altman è che “quasi nessuno in questa saga sembra degno di fiducia”. Il tribunale ha mostrato un’élite tecnologica ossessionata dal controllo dell’AI più che dal suo impatto sociale. Nessun cavaliere bianco. Nessun difensore dell’umanità. Solo una guerra di potere attorno alla tecnologia più importante del secolo.
Concerning! https://t.co/qRx8AvsYyG
— Sam Altman (@sama) February 3, 2026
Ed è questo il vero verdetto.
Musk non combatteva per l’anima dell’intelligenza artificiale. Combatteva contro l’uomo che gli ha portato via il centro della scena. Altman non difendeva una missione etica. Difendeva il diritto di trasformare OpenAI nella più redditizia infrastruttura privata della nuova economia.
Il paradosso è enorme. L’AI che prometteva di democratizzare il sapere è nata dentro una struttura che usava il linguaggio del bene comune per accumulare potenza industriale. Un po’ come se la Standard Oil fosse partita come associazione ambientalista.
Lo sospettavamo già. Ma il processo Musk-Altman lo ha certificato davanti a una corte federale: OpenAI non è stata tradita dopo. È stata progettata così fin dall’inizio. Una creatura abbastanza idealista da raccogliere fiducia. E abbastanza ambiziosa da diventare il monopolio cognitivo del XXI secolo.
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