Trecentocinquantacinquemila gli italiani nati, più di seicentocinquatamila i decessi. Sono queste le numeriche di una popolazione composta da quasi cinquantanove milioni di residenti al primo gennaio 2026, un censimento che risulta stabile rispetto alla stessa data dell’anno precedente, nonostante il fenomeno delle culle vuote e l’aumento degli anziani. Il motivo è quasi del tutto ascrivibile al flusso di immigrazione in entrata, che conta quattrocentoquarantamila residenti acquisiti e che ha portato a registrare un (altrimenti negativo) tasso di crescita vicino allo zero.
È questa la fotografia scattata dall’Istituto nazionale di statistica, l’Istat, che nel suo ultimo report demografico descrive un’Italia alle prese con l’invecchiamento, essendo in Europa uno dei Paesi con la più elevata speranza di vita (arrivata nel 2025 a 81,7 anni per gli uomini e 85,7 anni per le donne), ma anche un Paese con sempre meno coppie con figli, che costituiscono il 28,4% delle famiglie italiane, quelle senza figli il 20,2%. Noi della redazione di Info Data abbiamo studiato le nuove rilevazioni dell’Istituto e vi riportiamo quanto analizzato, insieme
ad alcuni grafici per comprendere al meglio gli estremi del fenomeno
La crescita del Nord, il calo del Sud
Quanto osservato dall’Istituto evidenzia delle differenze territoriali, in alcuni casi marcate. Al Nord del Paese la popolazione aumenta del 2,2 per mille. Traducendo per i nostri lettori, questo significa che ogni mille abitanti il Nord vede accrescere i propri residenti di circa due individui all’anno. Nel Centro il quantitativo rimane costante (la crescita è di zero per mille), mentre il Mezzogiorno continua a registrare una perdita (-3,1 per mille).
La popolazione risulta in aumento soprattutto in Trentino-Alto Adige (+4,2 per mille), in Emilia-Romagna (+3,4 per mille) e in Lombardia (+3,2 per mille). Le regioni in cui si riscontra il maggior calo demografico sono invece la Basilicata (-9 per mille), il Molise (-6,5 per mille) e la Sardegna (-5,1 per mille).
Questa dinamica è evidente anche guardando al numero medio di figli per donna. La Sardegna, per il sesto anno consecutivo, presenta una media pari a 0,85 nascite, in diminuzione rispetto al 2024 (quando era pari a 0,91). Seguono Molise e Lazio, con un numero medio di figli per donna pari, rispettivamente, a 1,02 e 1,05. Al Trentino-Alto Adige spetta, ancora una volta, il primato di regione con le maggiori nascite, con in media 1,4 figli per donna, decisamente superiore alla media nazionale, che è pari a 1,14 (anche questa in diminuzione rispetto al 2024, quando era 1,18, ma anche rispetto al 2023, quando era pari a 1,2).
Il Paese più vecchio d’Europa
Il processo di invecchiamento, come evidenziato dall’Istat, interessa l’Unione europea nel suo insieme. Diminuisce il peso della popolazione giovanile e in età lavorativa mentre cresce quello degli individui sopra i 65 anni. Al primo gennaio 2025, nell’Ue, i giovani di età compresa tra 0 e 14 anni rappresentano il 14,4%, le persone in età attiva il 63,6%, gli anziani il 22,0%. Le quote più elevate di giovani si osservano in Irlanda (18,5%), Svezia (16,8%) e Francia (16,6%). L’Italia presenta la percentuale più bassa di giovani (11,9%) e la maggiore di anziani (24,7%), Questo squilibrio si riflette nell’età mediana, pari a 49,1 anni in Italia, oltre quattro anni in più rispetto alla media dei 27 Paesi membri Ue (44,9 anni), quasi 10 anni in più rispetto all’Irlanda (39,6) che registra il valore minimo.
Cambio residenza e migrazione
Nel report dell’Istituto statistico si evidenzia un fenomeno in espansione: i trasferimenti di residenza. Nel 2025, questo genere di spostamenti tra comuni, ammontavano a quasi 1,5 milioni, in aumento del 5,1% rispetto al 2024. La crescita è sostenuta soprattutto dalla mobilità dei cittadini stranieri (284mila trasferimenti, +14,8%), mentre gli spostamenti degli italiani (1 milione e 171mila) registrano un incremento più contenuto (pari al +3%). Anche in questo caso, i movimenti migratori tra le ripartizioni territoriali prediligono il Centro-Nord, dove si sono spostati 45mila migranti (+1,2 per mille). Più precisamente, l’area maggiormente avvantaggiata, è quella del Nord-ovest (+20mila, +1,3 per mille), seguito dal Nord-est (+19mila, +1,6 per mille). Il Centro mostra un saldo migratorio interno più contenuto (+6mila, +0,5 per mille). A livello regionale, i saldi positivi più consistenti (in valore assoluto) si registrano in Lombardia e in Emilia-Romagna (+10mila), seguite da Piemonte (+7mila) e Veneto (+5mila).
Parlando, invece, dell’immigrazione proveniente dall’estero, l’Istituto osserva una lieve diminuzione rispetto all’anno precedente (del -2,6%). Il calo interessa sia i cittadini stranieri (383mila ingressi, -2,5%) sia gli italiani di ritorno dall’estero (56mila rimpatri, -3,4%). Gli ingressi diminuiscono soprattutto per i cittadini stranieri provenienti dall’Europa centro-orientale (60mila, -15,4%), in particolare dall’Ucraina (-33,9%) e dai Paesi dell’Unione europea (38mila, -8,4%).
Inoltre, la diminuzione degli espatri dei cittadini italiani, interessa quasi tutte le principali aree di destinazione. L’Unione europea si conferma tuttavia il principale polo attrattivo con 68mila espatri (-27,7%). Nel dettaglio dei principali Paesi di destinazione, diminuiscono soprattutto gli espatri verso la Germania (13mila, -37,1%) e il Regno Unito (11mila, -38,4%). Al di fuori dell’Europa, diminuiscono i flussi degli italiani verso gli Stati Uniti (-6,5%) e l’Australia (-9,3%).
Sulla base di tali numeriche, come estrema sintesi del fenomeno demografico, l’Istituto statistico nazionale esprime un concetto pratico: “l’Italia rimane un Paese nel quale una dinamica migratoria molto positiva riesce a contrastare un ricambio naturale ampiamente negativo e nel quale la popolazione continua a invecchiare”.
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