La piattaforma di streaming Twitch e Amazon, che ne è proprietaria, avrebbero utilizzato i video generati dai creator per addestrare un modello di intelligenza artificiale. Il tutto senza chiedere il consenso agli autori di questi contenuti, né aver previsto un compenso per il loro impiego. È su queste basi che Warren Pandiscia, uno streamer basato in Connecticut, ha citato in giudizio le due aziende.
La class action, depositata la scorsa settimana al tribunale di San Francisco, contesta l’abilitazione automatica dell’utilizzo dei contenuti per l’intelligenza artificiale. Ovvero il fatto che non sia stato previsto un meccanismo di opt-in, ovvero la possibilità per i creator di acconsentire a che i loro contenuti venissero impiegati nell’addestramento dei modelli di AI, ma solo di opt-out, per cui l’adesione è automatica e, se non si è d’accordo, occorre disabilitare questa possibilità dalle impostazioni.
Nella documentazione depositata vengono citate alcune dichiarazioni del CPO di Twitch Mike Minton, il quale ha affermato che «se avessimo previsto un meccanismo di opt-in, nessuno avrebbe aderito». Su queste basi, Pandiscia chiede innanzitutto il riconoscimento della sua class action a livello nazionale, così che streamer da tutti gli Stati Uniti possano aderire. Quindi un risarcimento dei danni e una restituzione dei profitti generati d Amazon e Twitch usando i contenuti video per addestrare l’AI, oltre all’ingiunzione alle due aziende di cessare l’acquisizione di dati senza esplicito consenso dei creatori e l’eliminazione dei contenuti raccolti in maniera che Pandiscia ritiene illecita.
Quella contro Twitch e Amazon è solo l’ultima delle cause che stanno investendo il mondo delle big tech americane. A settembre dello scorso anno Anthropic ha accettato di risarcire 500mila scrittori, per una spesa complessiva di 1,3 miliardi di dollari, per chiudere una causa che contestava l’impiego illegittimo di libri per addestrare il suo modello di AI Claude. Mentre la scorsa settimana ha preso il via un processo che vede Meta accusata di aver progettato i propri social network per incoraggiarne l’uso compulsivo da parte di bambini e adolescenti. L’azienda cui fanno capo Facebook, Instagram e Whatsapp rischia una multa da 1.400 miliardi di dollari.
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