La scintilla che ha fatto scoppiare le proteste iraniane il 28 dicembre è legata a problemi di natura economica – elevata inflazione e aumento dei prezzi – ma la fiamma che ne è scaturita si è presto rivolta contro il regime. Fonti anonime hanno riferito a CBS News che le vittime causate dalla repressione delle proteste possono superare le 12.000 e arrivare a 20.000, mentre funzionari del governo iraniano sostengono che queste possano aggirarsi intorno alle 2.000, attribuendo la colpa a “terroristi” influenzati dall’estero.
Le proteste più importanti, dal 1979 a oggi
Le ultime manifestazioni che hanno popolato le piazze e le strade iraniane sono le più recenti, ma non le uniche ad attirare le attenzioni del mondo intero sul cuore del vecchio regno persiano. Successivamente alla rivoluzione del 1979, che provocò la destituzione dello scià Mohammad Reza Pahlavi, l’abolizione della monarchia e la proclamazione della Repubblica islamica dell’Iran, sono state innumerevoli le proteste da parte del popolo nei confronti del regime teocratico e delle sue politiche di repressione e oppressione.
Il 7 marzo del 1979, la Repubblica islamica introdusse l’obbligo di indossare l’hijab, nonostante durante la rivoluzione islamica l’ayatollah Ruhollah Musavi Khomeini non fece trasparire come punti fondamentali della sua politica, la riduzione dei diritti delle donne. L’8 marzo del 1979, in celebrazione della Festa delle donne e in risposta a tale costrizione, le vie di Teheran si riempirono di donne e di coloro che volevano difendere i loro diritti: gli oltre 100.000 manifestanti fecero posticipare la decisione sull’obbligatorietà del velo, la quale però venne confermata tempo dopo.
Nel luglio del 1999, successivamente alla chiusura del giornale riformista Salam, ci furono proteste pacifiche nel centro di Teheran; la notte stessa, durante un’incursione da parte della polizia in un dormitorio studentesco, uno studente perse la vita e oltre 300 furono arrestati. Alle proteste seguì una stretta repressiva: furono bloccate le riforme istituzionali, rafforzati i poteri del Consiglio dei Guardiani, approvate leggi che criminalizzavano il dissenso e limitavano severamente i contatti con l’estero.
Sempre gli studenti, nel 2003, diedero vita a una protesta che, inizialmente, voleva essere contro la privatizzazione delle università, ma presto si trasformò in una rivolta contro il regime. Le richieste dei partecipanti erano di avere un governo maggiormente democratico, nuove elezioni, ridurre la brutalità delle forze dell’ordine, la disoccupazione e la povertà, ma, in generale, una maggior libertà.
Nell’aprile del 2005, nella città di Ahvaz, scoppiarono violenti disordini guidati da membri della minoranza araba, i quali denunciarono discriminazioni e violazione dei diritti umani. Le manifestazioni durarono quattro giorni e causarono dalle 15 alle 50 vittime, provocando anche dozzine di feriti; le autorità attribuirono le responsabilità a interferenze straniere, in particolare del Regno Unito, e la crisi fu seguita da una dura repressione e dall’esecuzione di attivisti arabi accusati di terrorismo e separatismo.
Nel giugno del 2009, dopo le contestate elezioni presidenziali in Iran, nacque il Movimento Verde, una vasta mobilitazione popolare che chiedeva l’annullamento del voto e la rimozione del presidente Mahmoud Ahmadinejad; guidato politicamente da Mir Hossein Mousavi e Mehdi Karroubi, e sostenuto moralmente dal grande ayatollah Hossein-Ali Montazeri, il movimento fu inizialmente pacifico ma venne progressivamente represso con arresti, violenze e vittime, fino a perdere slancio all’inizio del 2010.
Nel febbraio 2011, sull’onda delle precedenti mobilitazioni del Movimento Verde, in Iran si svolsero nuove proteste che fecero ricordare il giorno di inizio, il 14 febbraio, come la “Giornata della rabbia”; le manifestazioni furono rapidamente represse dalle forze di sicurezza con morti, feriti e arresti. Le autorità riuscirono a impedire manifestazioni su larga scala e posero agli arresti domiciliari i leader dell’opposizione Mir Hossein Mousavi e Mehdi Karroubi, segnando la fine della mobilitazione.
Tra la fine del 2017 e l’inizio del 2018, in Iran esplose una nuova ondata di proteste popolari, avviate il 28 dicembre a Mashhad contro le difficoltà economiche e poi estese a una critica diretta al sistema teocratico e alla Guida suprema Ali Khamenei; prive di una leadership organizzata e diverse dal Movimento Verde, le manifestazioni furono represse con forza, causando morti, migliaia di arresti e richiami internazionali al rispetto dei diritti dei manifestanti, mentre il presidente Hassan Rouhani riconobbe l’esistenza di profonde rivendicazioni economiche, politiche e sociali.
Tra il novembre 2019 e il 2020, in Iran scoppiò una vasta ondata di proteste nazionali, innescate dal forte aumento dei prezzi del carburante ma rapidamente trasformatesi in una rivolta contro il regime e la Guida suprema Ali Khamenei. Le manifestazioni, inizialmente pacifiche, furono represse con estrema violenza attraverso l’uso di armi da fuoco e un blackout quasi totale di Internet, causando un numero non ben definito di vittime: fonti iraniane sostengono che queste siano 225, mentre Reuters sostiene ne siano state 1.500.
Nel gennaio 2020, in Iran, dopo l’ammissione dell’abbattimento del volo Ukraine International Airlines 752 da parte delle forze iraniane, scoppiarono proteste a Teheran e in altre città contro il regime; i manifestanti denunciarono le menzogne delle autorità, chiesero le dimissioni della Guida suprema Ali Khamenei e attaccarono i Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, mentre la polizia intervenne con lacrimogeni per disperdere i cortei.
Nel luglio 2021, nella provincia iraniana del Khuzestan, scoppiarono proteste per la grave crisi idrica che si estesero rapidamente ad altre città del Paese, tra cui Teheran, Isfahan e Kermanshah, in segno di solidarietà; note come “rivolta degli assetati”, le manifestazioni iniziarono a chiedere la fine del regime e degenerarono in scontri violenti con le forze di sicurezza, causando vittime, e furono infine contenute dopo circa dieci giorni, mentre il governo annunciò misure emergenziali come il rilascio di acqua dalla diga di Karkheh e l’invio di rifornimenti idrici. Le proteste in Khuzestan si inseriscono nel mio ampio filone delle rivolte avvenute a cavallo tra il 2021 e il 2022.
Nel settembre 2022, in Iran, la morte in custodia di Mahsa Amini, arrestata dalla polizia morale per la violazione delle norme sull’hijab, scatenò una vasta ondata di proteste nazionali che proseguì fino al 2023; caratterizzate da una forte partecipazione femminile e da richieste radicali di diritti e di fine della Repubblica islamica, le manifestazioni furono represse con estrema durezza tramite arresti di massa, blackout di Internet e uso della forza, causando centinaia di morti, mentre la Guida suprema Ali Khamenei liquidò il movimento come disordini fomentati dall’estero.
La protesta di oggi
Le più recenti proteste vedono infiammato l’intero Iran, interessando più di 180 città nelle 31 province iraniane. Attraverso i dati di ACLED è possibile ricostruire dove si sono concentrate le proteste; prendendo come riferimento l’intero anno del 2025 e i primi 9 giorni del 2026 (il limite più recente è legato all’ultimo aggiornamento del database ACLED nella data di scrittura dell’articolo), si può descrivere ogni provincia in base al numero di proteste che hanno avuto luogo in quella zona.
Il risultato dell’analisi è presente nella mappa sopra. Una nota importante riguarda il destinatario delle proteste: attraverso un’analisi testuale del campo “notes” di ACLED è stato evidenziato come due proteste su tre siano rivolte al governo e siano quindi legate a intenzioni di rovesciamento del regime, a richieste di maggiori libertà, di democrazia o, in generale, a temi di carattere economico o sociale, di cui il governo è responsabile.
Un ulteriore dettaglio riguarda cosa si intende per protesta. ACLED definisce tale qualsiasi manifestazione pubblica pacifica composta da tre o più partecipanti, in cui questi ultimi non ricorrono alla violenza, sebbene questa possa essere usata contro di loro; differentemente, le rivolte sono una manifestazione violenta, che spesso coinvolge un’azione spontanea da parte di membri della società non organizzati e non affiliati. Questi ultimi non vengono conteggiati negli eventi che compongono l’analisi, la quale considera solamente le proteste.
Teheran rappresenta il centro delle proteste e ha visto le sue strade ospitarne la maggior parte. È evidente anche il ruolo del Khuzestan, regione a confine con l’Iraq, popolata da minoranze etniche e famosa specialmente per le proteste legate alle discriminazioni nei confronti della minoranza araba iraniana e della grave crisi idrica che ha colpito la zona del 2021.
Sotto è possibile vedere le proteste per ogni mese dal 2016 a oggi. È opportuno ricordare quanto detto prima: le proteste registrate non sono esclusivamente quelle contro il regime teocratico, ma contengono anche quelle più “in favore” o rivolte ad altre tematiche; ad esempio, furono molto partecipate, nel 2024, le manifestazioni a sostegno del popolo palestinese, in appoggio agli attacchi missilistici iraniani su Israele.
Finora, i dati relativi all’anno 2026 riguardano solamente i suoi primi nove giorni e, in questo breve periodo temporale, si è già superato il numero di proteste dell’intero mese di dicembre 2025 e si è raggiunta la metà delle proteste avvenute nel gennaio 2022, che hanno segnato il mese più intenso dal 2016 a oggi.
Le proteste a cui si sta assistendo in questo momento hanno le carte in regole per affermarsi come le più intense e partecipate dal popolo iraniano, ma anche la repressione attuata dal governo entrerà nelle pagine nere di storia. Iran International scrive che le possibili morti possano essere 12.000 e arrivare anche a 20.000, mentre il numero di arrestati secondo HRANA è di almeno 18.470; la stessa agenzia umanitaria sostiene che il numero di vittime verificate sia di 2.615.
Monitorare il numero di vittime, di feriti e di arrestati è reso ancora più complesso dal blocco delle connessioni a Internet, dichiarato l’8 gennaio. L’impossibilità di accedere alla rete mondiale impedisce la comunicazione tra attivisti, impedendo loro di organizzarsi, ma soprattutto impedisce di far emergere gravi violazioni dei diritti umani e brutalità commesse da parte della polizia iraniana. Le informazioni giunte nel periodo successivo al blocco sono state inviate attraverso la connessione a Starlink o la connessione dei paesi esteri, avvicinandosi ai confini nazionali.
L’intensità delle proteste avvenute nella prima settimana di gennaio sembra indicare una partecipazione popolare elevata, destinata a superare i numeri delle precedenti rivolte, salvo una risposta ancora più brutale da parte della dittatura islamista. La storia del popolo iraniano è costellata di proteste, ma le attuali rischiano di essere ricordate come quelle segnate dalla repressione più violenta che il paese abbia mai visto: il blocco di Internet impedisce un monitoraggio efficace di quel che sta avvenendo nelle strade e nelle piazze iraniane, aggiungendo un ulteriore strato di difficoltà ai cittadini, i quali non sono neanche in grado di comunicare tra di loro e restano vittime della violenza del regime degli ayatollah.
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