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economia

L’inverno del gennaio del 1973, i Mondiali di calcio del 1982 e l’inflazione del 2022. Tre storie e un grafico

Il Sole 24 ORE dedica ampio spazio, oramai da molti giorni, a due argomenti principali: l’energia e i prezzi. Per quanto riguarda la prima, si segnalano le tensioni sui mercati internazionali, con le oscillazioni del costo delle materie prime e le strategie relative per il suo contenimento. La situazione geopolitica mostra segnali preoccupanti e con una fitta rete di contatti tra i leader europei e il presidente statunitense si cerca una strategia comune.

Sui secondi, invece, l’inflazione galoppante che ha raggiunto l’8% tendenziale preoccupa governo e parti sociali. Soltanto pochi mesi prima, la variazione sull’anno precedente era pressoché nulla, poi il vento è cambiato e l’Istat ha iniziato a registrare incrementi sempre maggiori. E la paura è che non si fermerà.

Sembra la cronaca di questi giorni, vero? Ed invece si tratta del gennaio del 1973. Un film che a scorrere i titoli delle prime pagine del principale quotidiano economico sembra tuttavia sorprendentemente simile a quello attuale.
L’inflazione stava crescendo. Non così repentinamente come ora: un anno prima era attorno al 5%, ma sulla fine del decennio precedente, non così lontano dunque, praticamente non si sapeva nemmeno cosa fosse. La gente se lo ricordava bene, ed era preoccupata. Ma avevano ragione?

Eccome se ne avevano. Da lì a poco tempo i prezzi da un anno con l’altro avrebbero subito aumenti anche del 25%. Come se le 100 lire dimenticate in un cassetto in quel gennaio avessero subito una sforbiciata di 13 lire nel gennaio seguente. Passati ulteriori 12 mesi sarebbero diventate soltanto 71 lire. Una perdita secca, in 24 mesi, del 30% del loro valore.

Per chi aveva risparmi da investire la liquidità “scottava”. I tassi di interesse sul mercato non erano così elevati. Il saggio di sconto, ossia quello di riferimento della Banca d’Italia, era fisso al 4% a gennaio e stabile da dieci mesi. Sarebbe cresciuto soltanto verso la fine dell’anno, al 6.5%. Chi poteva, dunque, investiva: il mercato obbligazionario, secondo la relazione della Banca d’Italia pubblicata nel 1974, rendeva il 7,5% circa (poco meno quello dei titoli di stato). Certo, investire, anche se in buoni del tesoro, incorporava un certo rischio: ma parliamo comunque di una differenza di circa il 15% rispetto a tenere i biglietti di banca sotto il materasso.

Chi invece viveva del proprio salario e non riusciva a risparmiare molto era nel pieno dilemma del consumatore: procrastinare gli acquisti di beni non strettamente necessari oppure spendere subito? Nei panni della famiglia di operai o impiegati quell’anno la scelta, di fronte all’incertezza riguardo al futuro, sarebbe stata certamente difficile.

Schiacciamo il pulsante dell’”avanti veloce”: la crisi energetica, scaturita da tensioni geopolitiche, non fa che aumentare la spirale dei prezzi. L’andamento erratico dell’inflazione, con mesi dove i valori tendenziali scendono molto (e a cui corrispondono, ovviamente, aumenti l’anno dopo e via dicendo), durerà per tutta la parte centrale degli anni ‘70.

Dal 1982, anno del trionfo ai mondiali di Spagna (ma dubitiamo fortemente che le cose siano correlate), invece, la situazione sembra sistemarsi. L’inflazione scende e nel gennaio del 1987 è di nuovo al 4,2%. Più o meno al livello della primavera del 1972, quando tutto ebbe inizio. Da lì le oscillazioni sembrano meno marcate e poi, dal 2015 in poi, si riduce a livelli più modesti, quelli che abbiamo conosciuto fino all’altro ieri.

Tuttavia, va chiarito, paragonare per intero la situazione dell’inizio degli anni Settanta con quella attuale sarebbe folle: le condizioni del contesto non potrebbero essere più diverse. Eppure, se c’è una cosa che potrebbe essere cambiata poco è l’atteggiamento delle persone. Dubbi, ansie, preoccupazioni e risposte alla crisi: in fondo i nostri istinti non sono molto differenti da quello dei nostri genitori o nonni. I comportamenti, individuali e collettivi, determineranno la risposta alle sfide personali, familiari, e anche dell’intera collettività. Forse conoscere e capire gli atteggiamenti di chi ci è passato ci può aiutare ad evitare gli stessi errori e a prendere scelte più razionali.