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economia

Import-export: quanto sarebbe potente l’Unione Sovietica oggi?

Nel terzo e ultimo articolo di questa serie dedicata agli interscambi commerciali delle repubbliche che un tempo componevano l’Unione Sovietica allarghiamo lo sguardo, e oltre Russia e Ucraina guardiamo all’attività di import e export degli altri stati post-sovietici: Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Estonia, Georgia, Kazakistan, Kirghizistan, Lettonia, Lituania, Moldavia, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan.

Gli stati ex-sovietici rappresentano un gruppo diverso di nazioni per cultura, geografia e storia. I tre stati del Baltico – Lituania, Lettonia e Estonia – sono stati i primi a dichiarare indipendenza dall’Unione Sovietica nel 1990, che li aveva annessi nel 1940, seguiti poi dagli altri.

Da quel momento si sono formati due gruppi. Lituania, Lettonia e Estonia hanno perseguito una politica di avvicinamento all’Unione Europea e all’occidente, entrando a far parte dell’Ue e della NATO nel 2004. Le altre nazioni sono invece rimaste più legate alla Russia attraverso una serie di trattati di cooperazione economica e militare.

L’economia di queste ultime, per quanto meno sviluppata, somiglia certamente più a quella russa che alle controparti di altre nazioni avanzate. Come la Russia, nella maggior parte dei casi si tratta di paesi che esportano materie prime e importano beni lavorati e semilavorati. In Kazakistan e in altri casi il principale prodotto esportato è il petrolio, che sia grezzo o raffinato, mentre in aree come Uzbekistan o Kirghizistan troviamo flussi significativi di oro verso l’estero.

Sempre come in Russia, ad arrivare dall’estero sono tutti quei prodotti che richiedono un maggior impiego di tecnologia come auto e loro componenti, medicinali, componenti elettriche, elettroniche o meccaniche.

Il maggiore sviluppo economico delle tre repubbliche del Baltico, al contrario, consente alle loro economie di esportare prodotti a maggior valore aggiunto fra cui mobili, derivati del tabacco, prodotti chimici, auto, prodotti per la trasmissione. Oltre a questo la Lituania esporta anche una quantità significativa di petrolio raffinato, che in effetti ne rappresenta la prima fonte per volume di scambi con 3,7 miliardi di dollari nel 2019, secondo l’Economic Complexity Observatory.

Data la loro capacità di creare prodotti a elevato valore aggiunto, cosa in cui la Russia resta ancora piuttosto carente, le tre repubbliche baltiche sono probabilmente quelle che da un punto di vista meramente economico potrebbero farle più gola.

 

 

Presi tutti insieme e contando anche l’Ucraina, questi quattordici stati aggiungono 5,2 milioni di chilometri quadrati ai 17,1 milioni della Russia, e ne raddoppiano la popolazione portandola da 146 milioni a 296. Da un punto di vista economico, lo sviluppo dei due gruppi è andato avanti a ritmi ben differenti. Secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale i tre stati del Baltico godono ora di un reddito medio e di un tenore di vita superiore a quello di chi vive in Russia, e nel caso di Lituania e Estonia neppure troppo diverso rispetto a quello degli italiani. In tutte le altre invece la crescita economica è stata debole, e in effetti i loro abitanti restano più poveri anche dei russi stessi.

L’aggressione all’Ucraina ha reso più probabile che la Russia possa compiere qualche mossa anche nei confronti di altre nazioni che un tempo componevano l’Unione Sovietica, e questo rende ora più precaria la situazione di tali stati. Caso molto diverso è però quelle delle nazioni baltiche, che con l’avvicinamento all’occidente sono entrate a far parte di Nato. A differenza dell’Ucraina, un’aggressione nei loro confronti non potrebbe che portare a una terza guerra mondiale contro l’UE e gli Stati Uniti. L’articolo 5 della NATO, infatti, prevede che un attacco armato contro uno dei membri in Europa o Nord America verrà considerato come un attacco verso tutti gli altri, con le relative e ovvie conseguenze

Per approfondire. 

Misura l’import-export della Russia, settore per settore

L’impatto della guerra sul mercato del grano (e sui nostri consumi) spiegato con i grafici

Russia e Ucraina, import ed export a confronto