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cronaca

Chi è morto di Covid-19 avrebbe vissuto in media altri 10 anni

Gli uomini che sono morti di Covid-19-19 avrebbero vissuto in media altri 14 anni; le donne altri 12, suggerisce un’analisi preliminare realizzata da un gruppo di scienziati scozzesi dell’Università di Glasgow ed Edimburgo. Considerando anche la presenza di eventuali malattie precedenti i numeri diventano leggermente inferiori, mostrano le stime degli autori, e passano a 13 anni per gli uomini e 11 per le donne.

Nel complesso, secondo queste stime, ogni decesso avrebbe sottratto in media oltre dieci anni di vita a chi ne è stato colpito.

Gli autori dello studio hanno stimato gli anni potenziali di vita perduti di chi è deceduto per il COVID-19 combinando i dati italiani delle morti con informazioni su quanto tendono a vivere diverse combinazioni di età, sesso ed eventuali malattie pregresse in condizioni “normali” – cioè prima dell’arrivo dell’epidemia. I primi arrivano da informazioni rese note dall’istituto superiore di sanità (ISS) in uno dei suoi bollettini periodici.

A parte i casi più problematici (e rari), ovvero di persone che hanno contratto la malattia mentre avevano già di un ampio numero di problemi di salute precedenti, nella maggior parte di combinazioni di età, sesso e condizioni di salute gli anni di vita andati persi “sono rimasti sopra i cinque”.

Come notano gli autori dello studio “la mortalità da Covid-19 rappresenta un peso sostanziale per gli individui, comparabile con malattie a lungo termine ad elevato peso” come alcune croniche che colpiscono il cuore o altre che ostruiscono i polmoni. “Anche considerando il numero di malattie pregresse”, continuano, “la maggior parte degli individui ha perso ben più di uno o due anni di vita come suggerito da alcuni”. Per fare un paragone, sottolineano ancora, si può ricordare come nel Regno Unito gli anni di vista persi (sempre in media) per altre malattie molto gravi siano per esempio circa 8 per alcune malattie che ostruiscono i polmoni, 12-13 per alcune malattie del cuore o per le polmoniti, 21 e mezzo per l’asma. Anche in confronto a esse, si legge, la mortalità da COVID-19 rappresenta un peso notevole per le persone.

Un aspetto su cui ci si può confondere facilmente nel pensare a questo problema riguarda l’aspettativa di vita. Leggiamo dalle cronache che diversi decessi hanno riguardato persone anziane, per cui c’è chi potrebbe ipotizzare che comunque esse avrebbero vissuto poco. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità la speranza di vita in Italia nel 2016 era un filo meno sotto gli 83 anni, per cui se per esempio muore un 80enne c’è chi potrebbe pensare che in media ha perso 3 anni di vita. Eppure non è così: un conto è la speranza di vita generale alla nascita, un altro l’aspettativa di vita una volta raggiunta una certa età, e infatti le tavole dell’Istat mostrano che gli 80-84enni possono aspettarsi di vivere ancora (in media) per altri nove anni e mezzo.

Secondo l’ultimo aggiornamento della Protezione civile, al 29 aprile 2020 sono morte di COVID 27.682 persone. Anche assumendo un valore al ribasso nel numero di anni di vita persi intorno a 10 arriviamo a un totale che si aggira sui 277mila anni andati perduti. Naturalmente questa è una stima molto generale e con tutti i suoi limiti, perché in teoria bisognerebbe tenere in considerazione le condizioni concrete di tutte le persone coinvolte per avere un quadro migliore. Tuttavia al momento questi dati non sono resi disponibili al pubblico da chi li possiede, come l’istituto superiore di sanità, il che limita molto la possibilità di compiere analisi da parte degli esperti.

Si tratta comunque con tutta probabilità persino di una sottostima, perché sappiamo ormai che moltissimi decessi non sono stati rilevati; le persone coinvolte mai sottoposte al test per stabilire se effettivamente avevano contratto il virus. Ma se non le vediamo magari nei numeri forniti dalla protezione civile, esse comunque risultano dai dati generali di mortalità della popolazione. Valori che da marzo hanno cominciato a impennarsi per poi raggiungere un picco fuori scala a fine mese e infine calare di nuovo una volta che gli effetti delle misure di contenimento hanno cominciato a manifestarsi, nel giro di qualche settimana.

 

 

Il peso dell’epidemia, in termini di anni di vita perduti, sembra quindi  probabilmente maggiore. Accanto ai morti ufficiali per Covid ci sono poi le persone che hanno perso la vita in conseguenza della crisi che ha colpito il sistema sanitario, sopratutto in alcune regioni. Parliamo di chi avrebbe per esempio dovuto subire operazioni poi rimandate perché una parte importante dell’attività ospedaliera è stata convertita a ospitare malati di coronavirus. O di chi non ha potuto ricevere cure perché non c’era più posto nei reparti di terapia intensiva. Non si tratta di danni causati direttamente dalla malattia, com’è ovvio, ma è evidente che i loro standard di cura sarebbero stati molto migliori se l’epidemia non fosse mai avvenuta.

A differenza degli studi pubblicati di solito sulle riviste scientifiche, diverse analisi relative al COVID-19 sono state pubblicate prima del processo di peer review per renderne più rapida la diffusione data la situazione di emergenza. Quella presentata in questo articolo, a partire da una collaborazione delle università di Glasgow ed Edinburgo, nonché di Public Health Scotland e Scottish Public Health Observatory, è una di esse.

Attraverso la peer review alcuni revisori esterni analizzano la qualità del lavoro, cercano di individuare eventuali problemi o suggeriscono miglioramenti prima che esso esca effettivamente su una rivista scientifica. Questo tende a rendere il processo più accurato ma anche più lento, tanto che fra il momento in cui un articolo viene sottoposto a una rivista e la sua pubblicazione a volte possono passare mesi se non (benché più di rado) persino anni.

Tuttavia nel momento in cui il mondo si trova ad affrontare la peggiore pandemia da un secolo a questa parte l’intero processo ha subito un’accelerazione, e moltissimi scienziati stanno pubblicando online i loro “pre-print”, cioè analisi appunto ancora prive della peer review. Questo significa un ulteriore margine di incertezza, per quanto inevitabile, in buona parte di quanto leggiamo e apprendiamo ogni giorno sul nuovo virus. Possiamo chiedere scienza buona o scienza veloce, ma per quanto ce ne sia disperato bisogno avere entrambe è estremamente difficile