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cronaca

Le scissioni della sinistra al microscopio: chi è uscito, quanti voti ha preso e il futuro

Matteo Renzi ha lasciato il Pd. Qualche settimana fa c’era stato l’addio di Carlo Calenda. quella dell’ex ministro dello Sviluppo economico è la sesta scissione in dodici anni. Il Pd, partito nato nel 2007 con l’obiettivo di unire l’anima post-comunista e quella cattolica della sinistra italiana, in dodici anni di storia è stato attraversato già da molte scissioni. Adesso è la volta dell’ex premier2 con motivazioni differenti. Qui l’articolo sul sole.com.

Del resto a sinistra sono abituati. L’ultima a divisione a sinistra avviene nel 2018. L’annuncio è di Roberto Speranza oggi ministro della Sanità del governo giallorosso. Il partito si chiamava Articolo 1-Mdp. Nacque il 25 febbraio 2017, i leader erano erano Roberto Speranza, Arturo Scotto, Enrico Rossi e Pier Luigi Bersani. A questi si unirono anche Massimo D’Alema e Guglielmo Epifani. Entrarono anche esponenti di Sel: in tutto sono 42 deputati e 16 senatori La denominazione proposta per la lista elettorale è “Liberi e Uguali“. Alle elezioni politiche del 4 marzo 2018 la lista ottiene il 3,4% dei voti, eleggendo 14 deputati e 4 senatori, la maggior parte dei quali sono esponenti di Articolo Uno. Il 6 e 7 aprile 2019 si svolge a Bologna il I Congresso nazionale. I delegati congressuali eleggono Roberto Speranza segretario del partito; il partito viene inoltre ribattezzato Articolo Uno. Il Congresso sancisce l’uscita del partito dal progetto di Liberi e Uguali.

Per usare una iperbole, in termini dimensionali ci muoviamo nell’ambito della fisica delle particelle  ma se alziamo lo sguardo la storia delle scissioni della sinistra parte dal 1921 ed è straordinariamente ricca di aneddoti, forme e traiettorie.   La situazione si è aggravata in particolar modo dagli anni Novanta, con la fine della grande stagione del Partito Comunista Italiano. Un partito nato anch’esso da una scissione storica, quella del 1921. Qui l’Info Data di Filippo Mastroianni che prova a riassumere 94 anni di scissioni. Siamo alla meccanica quantistica della sinistra.

Numeri della prima grande scissione

 

L’ala di sinistra del Partito Socialista Italiano, guidata da Amadeo Bordiga e Antonio Gramsci, decise di separarsi dal resto del partito durante il XVII Congresso socialista. La frazione comunista, di fronte al rifiuto della maggioranza del partito di accogliere la sollecitazione del Comintern ed estromettere i riformisti dal PSI, abbandonò i lavori dando vita al Partito Comunista d’Italia.

 

Soffermandoci sui numeri di questa importante scissione, furono 58.783 gli iscritti che lasciarono il Partito Socialista Italiano. Il nuovo partito affrontò la prova delle urne, per la prima volta, alle politiche del 1921, ottenendo 304.719 voti, equivalenti a un 4,6% e a 15 seggi alla Camera. Il Partito Socialista raggiunse, con 1.569.559 voti, il 24,7%, guadagnandosi  123 seggi.

 

Gli anni successivi vedranno però una situazione ribaltata. Il Partito Comunista Italiano diventerà il partito egemone della sinistra, in controcorrente rispetto al resto d’Europa, segnata da una prevalenza dei partiti socialdemocratici.

 

La frammentazione degli ultimi 30 anni

 

Gli ultimi 30 anni hanno fatto registrare un numero molto elevato di nuovi partiti e modificazioni del panorama politico della sinistra, soprattutto se messi in rapporto ai decenni precedenti. Come mostrato in grafica, dal 1921 fino allo scioglimento del Partito Comunista Italiano la vivace dinamica dell’area progressista è rimasta moderatamente limitata.

 

Sono ben 18 i soggetti politici segnati in grafica nel post PCI, contro i 2 dei 70 anni precedenti, caratterizzati dalla dialettica socialisti-comunisti. La frammentazione ha colpito particolarmente la sinistra più estrema, che ha visto nascere e morire diverse realtà nel giro di pochi anni.

 

Il centrosinistra ha invece seguito il percorso inverso, con la nascita del Partito Democratico dalla confluenza di Democratici di Sinistra e La Margherita. Due partiti già in coalizione sotto la bandiera comune dell’Ulivo alla politiche 1996 e 2001 (con candidati premier Romano Prodi e Francesco Rutelli) e dell’Unione nel 1996 (Romano Prodi candidato premier). Almeno fino al 2009, quando il PD registra la prima scissione.  Francesco Rutelli lascia il partito e, nel novembre 2009, fonda Alleanza per l’Italia. Nel 2015 si registra invece la fuoriuscita del gruppo guidato da Filippo Civati e la nascita di Possibile. Nasce anche Sinistra Italiana, dalla fusione di Sinistra Ecologia Libertà e Futuro a Sinistra, fuoriuscito dal Partito Democratico e guidato da Stefano Fassina.

 

I partiti dai numeri migliori

 

Quali sono stati i partiti più importanti della sinistra italiana? Soprattutto, quali hanno pesato di più a livello elettorale?

 

Il Partito Democratico è la realtà politica che ha raggiunto il maggior numero di parlamentari nelle due camere. Nato fin da subito come partito a vocazione maggioritaria, anche a costo di discostarsi dalle posizioni più classiche della sinistra guardando all’elettorato moderato, il PD ha raccolto un massimo di 303 deputati alla Camera e 113 senatori.

 

Subito dopo il Partito Comunista Italiano, con i 228 deputati e 116 senatori ottenuti alle politiche del 1976, quando il partito guidato da Enrico Berlinguer raggiunse il suo massimo storico, il 34,37% dei voti.

 

Il PDS fece registrare 172 deputati e 102 senatori nel 1996. Un risultato solo avvicinato dalla successiva esperienza politica dei Democratici di Sinistra, che alle elezioni 2001 guadagnarono 137 deputati e 64 senatori.
Il massimo storico del Partito Socialista Italiano alla camera è da ricercarsi nel periodo pre-scissione, alle politiche del 1919, con 156 seggi conquistati. I 49 seggi al Senato del 1992 rimangono invece il miglior risultato ottenuto a Palazzo Madama.

 

Per quanto riguarda l’estrema sinistra post PCI, Rifondazione Comunista raggiunse 41 deputati e 27 senatori alle elezioni 2006, dove raccolse il 5,8% alla Camera e il 7,4% al Senato.