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politica

2016 annus horribilis per la libertà di stampa nel mondo

Il 2016 è stato l’annus horribilis per la libertà di stampa nel mondo. Lo afferma l’organizzazione no-profit statunitense Freedom House nel suo Press Freedom Index. L’ultima edizione pubblicata pochi mesi fa delinea un quadro generale tutt’altro che rassicurante, con “un incremento senza precedenti del numero di minacce rivolte a giornalisti e giornali nelle principali democrazie, e con una tendenza all’inasprimento dei regimi autoritari nel controllo dei media anche al di fuori dei confini nazionali”.

E l’Italia, come vedremo, non è tra i casi più virtuosi.

Il Press Freedom Index esce con cadenza annuale dal 1980. Degli ultimi 13 anni, il 2016 è quello che ha registrato il punteggio peggiore a livello globale. Solo il 13% dei paesi godono di una stampa “libera”. Che tradotto significa uno scenario mediatico in cui la copertura delle notizie politiche è robusta, l’incolumità dei giornalisti è garantita, le intromissioni dello Stato sono minime e la stampa non è soggetta a onerose pressioni legali e economiche.

Ben il 45% della popolazione vive invece in paesi dove la stampa è classificata come “non libera”. In Europa, quelli che evidenziano il calo più preoccupante nella libertà di stampa sono Polonia e Ungheria. Una tendenza al peggio che va di pari passo con le politiche nazionali di entrambi i paesi. Qui lo Stato “condiziona la copertura delle notizie minando i media tradizionali, esercitando un’influenza verso gli emittenti pubblici e promuovendo la credibilità di quelli compiacenti”.

I paesi monitorati da Freedom House sono 199 e a ciascuno viene assegnato un punteggio da 0 (migliore) a 100 (peggiore) sulla base di venti quesiti divisi in tre categorie.

La prima, giuridica, esamina leggi e regolamenti che influenzano il modo di fare giornalismo e il loro livello di utilizzo pratico nel favorire o limitare l’operato dei giornalisti. Quella politica valuta il grado di influenza degli organismi pubblici, il livello di indipendenza delle emittenti pubbliche e private, la censura e l’auto-censura, e i tipi di intimidazione ricevuti da giornalisti e giornali. Infine, la categoria economica esamina la distribuzione degli editori e la loro concentrazione, la trasparenza, i costi e gli impedimenti per il sorgere di nuove emittenti, l’impatto della corruzione sui contenuti e il modo in cui la situazione economica del paese impatta lo sviluppo delle testate.

Il report dedica una parentesi anche a Donald Trump. Il presidente degli Stati Uniti “ha ripetutamente ridicolizzato i giornalisti apostrofandoli come traditori corrotti dell’interesse nazionale e nemici del popolo”, scrive Freedom House. Sebbene il primo emendamento della Costituzione americana funga da scudo a qualsivoglia attacco, i ripetuti e feroci commenti di Trump “preoccupano poiché offrono indirettamente un assist ad altri leader politici a perseguitare i media come parte di una più ampia strategia autoritaria”.

Anche in Italia c’è poco da sorridere. Con il punteggio di 31 nel 2016, il nostro paese ha una stampa “parzialmente libera” al pari di Polonia, Ungheria, Romania e Croazia – sebbene questi ultimi abbiano un punteggio leggermente inferiore. Dal 2003 l’Italia vive una flessione nella libertà di stampa da cui sembra non essersi ancora ripresa. E’ curioso notare come i cali più marcati sembrano essere avvenuti durante i governi Berlusconi.

L’elenco dei punti critici è lungo. Anzitutto, Freedom House sottolinea la questione della distribuzione dei media. Nonostante la legge proibisca a un singolo soggetto di controllare più del 20% delle emittenti televisive e radiofoniche, tanto meno di fatturare oltre il 20% del comparto media nazionale, sappiamo bene che la fusione di proprietà e le proprietà condivise sono una realtà. Altro neo è rappresentato dalla concentrazione degli emittenti, con oltre il 90% del fatturato televisivo e il 40% del fatturato dell’intera industria in mano a Sky Italia, Mediaset e Rai (fonte AgCom). Anche la sicurezza dei giornalisti nello svolgere la professione è certamente un problema. Nel 2016, 62 giornalisti hanno ricevuto minacce verbali o fisiche (fonte Ossigeno per l’Informazione). Il punteggio dell’Italia nella categoria politica è di 10 su 40.

Per Freedom House, un’altra criticità è rappresentata dall’influenza politica in Italia di due dei più importanti gruppi dell’industria dell’informazione (Mediaster e Rai). Con il controllo della più grande casa editrice (Mondadori), di Mediaset e del quotidiano il Giornale, il report utilizza il caso della famiglia Berlusconi per sottolineare la grave mancanza di una legge sul conflitto di interessi. Un problema simile è presente nella gestione della Rai, troppe volte utilizzata come megafono delle intenzioni del Parlamento piuttosto che come strumento controllato dal governo. Questo e altri variabili assegnano all’Italia il punteggio di 9 su 30 nella categoria economica.

Da tenere d’occhio, secondo il report, anche la libertà di accesso a documenti pubblici. Il Foia (Freedom Of Information Act) introdotto nel 2016 è certamente una novità positiva. Freedom House tuttavia ammonisce sulle ancora pesanti difficoltà e limitazioni che i cittadini devono affrontare per il libero accesso, riportando le critiche di FOIA4Italy la quale ammonisce sulla mancanza di sanzioni verso quelle istituzioni che rigettano l’accesso e sulla difficoltà di accedere a documenti che potrebbero minare l’ordine pubblico e la sicurezza nazionale. Il punteggio assegnato da Freedom House all’Italia per la categoria giuridica è 12 su 30.