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cronaca

Più di tre quarti dei musei non fa più di 10 mila visitatori all’anno

L’ultimo rapporto nazionale di Istat, nel capitolo riguardante i musei, fa un’affermazione piuttosto secca: “Diversamente dalle biblioteche, i musei italiani, pur distribuiti in tutto il Paese (più o meno in un comune su tre), non presentano ancora caratteristiche di sistema e non possono essere considerati ancora una rete nazionale matura.”

La ragione di questa diagnosi così dura in un paese come il nostro ricco di storia e cultura, sembra stare nel fatto che solo poco meno della metà delle 5 mila istituzioni museali aperte al pubblico (il 46% circa) fa parte di reti o sistemi organizzati con lo scopo di condividere risorse umane, tecnologiche o finanziarie. Solo il 57,2% dei musei ha inoltre rapporti formali di collaborazione e partenariato con altre istituzioni culturali del territorio, come progetti di ricerca e iniziative comuni con biblioteche, università, centri culturali, il 45% è inserito in accordi interistituzionali per la valorizzazione del territorio, e il 52% ha aderito, negli ultimi cinque anni, a reti o sistemi museali del proprio territorio.

Inoltre, se è vero che la cultura italiana (non i musei) attraggono i turisti da tutto il mondo, gli italiani ci mettono piede ben poco.

Il turismo culturale in Italia va poi a più velocità. In generale al sud i musei sono meno, più piccoli e meno in rete. Il nord conta 2303 fra musei, gallerie, aree archeologiche e reti museali, il centro 1418 e il sud 1255. Il Meridione si porta a casa il 20% dei visitatori annui a livello nazionale, poco più della metà rispetto al nord, mentre il centro da solo (si conti che ci sono Roma e Firenze) ospita la metà dei turisti annui. Infine, se nelle città del Centro-nord il 64,4% delle strutture ha dato vita a collaborazioni e partenariati formali con altre organizzazioni culturali nei centri urbani meridionali, meno del 27% delle istituzioni fanno parte di reti e meno del 33% dei musei e delle altre istituzioni espositive sono inseriti in sistemi museali locali.

Più di tre quarti dei musei non fa più di 10 mila visitatori annui e quasi la metà di essi non vende più di 1000 biglietti. Inoltre, solo una parte dei visitatori paga effettivamente l’entrata, con differenze geografiche altissime, che non dipendono dalla regione, ma che riflettono l’eterogeneità della rete. Il 64% dei musei è pubblico e per i due terzi sono di proprietà del comune. Pochissimi appartengono a regioni e province e il 15% circa dei musei pubblici appartiene allo stato, anche se a quest’ultimo appartengono luoghi di grande attrattività, come il Colosseo, gli scavi di Pompei, la Galleria degli Uffizi, che hanno prodotto da soli più di 47 milioni di ingressi su un totale di oltre 110,6 milioni annui. Riguardo agli enti privati (più di 1700), la fetta più grossa di musei appartiene alla Chiesa.

Il modello è dunque nel complesso “diffuso e polverizzato” – per citare sempre il rapporto Istat – composto per la maggior parte da piccoli enti non connessi. Nel 2015, lavoravano nei musei, nei siti archeologici e nei monumenti poco più di ventimila persone (ovvero una per ogni 5.300 ingressi) e il 58,3%, ha non più di cinque addetti. Una struttura su 5 inoltre non ha alcun addetto, perché si tratta per esempio di collezioni di proprietà di piccoli comuni, che vengono gestite da personale assegnato anche ad altre mansioni.

Eppure, stando a quanto riporta un’altra indagine Istat pubblicata nel 2017 https://www.istat.it/it/archivio/207536 , negli ultimi anni gli introiti dei musei hanno ripreso a crescere: in particolare quelli di musei e gallerie, passati da 32 milioni euro del 2013 ai 54 milioni del 2016. Quelli delle aree archeologiche sono passati da 39 mila a 57 milioni di euro e quelli dei circuiti museali da 54 a 63 milioni di euro.

Di sicuro però non sono gli italiani (purtroppo) a trainare l’economia culturale. 7 italiani su 10 negli ultimi 12 mesi non hanno mai messo piede in un museo, il 75% non ha visto nemmeno una mostra nell’ultimo anno, l’80% non ha visitato un’area archeologica, il 59% non ha visitato monumenti di alcun tipo e il 56% non ha nemmeno visitato un centro storico di interesse culturale, comprese le chiese. Le percentuali sono ancora più elevate al sud.

Ma soprattutto si conferma il gap culturale fra chi ha studiato e chi no, segno che i musei continuano a non riuscire a svolgere la funzione sociale di luogo culturale per tutti, lasciando di fatto fuori una grossa fetta di popolazione. Più dell’85% di chi non ha alcun titolo di studio non ha frequentato alcun luogo culturale negli ultimi 12 mesi, nemmeno una chiesa o il centro storico di una città d’arte.

Il 90% di chi non ha titolo di studio non ha visitato alcun museo nell’anno precedente l’intervista, come l’81% di chi ha la licenza media, il 66% dei diplomati e il 40% dei laureati. Di poco peggiori le percentuali di chi non ha mai visitato mostre o siti archeologici nell’ultimo anno. Paradossalmente il gap è più marcato fra chi non ha mai visitato i centri storici delle città d’arte o monumenti storici – comprese le chiese, i castelli, le ville – che un laureato su quattro non ha mai visitato nell’ultimo anno, a differenza del 67% di chi ha la licenza media e dell’85% di chi non ha alcun titolo di studio.

Non pare essere un fatto economico, anzi. Solo una piccolissima parte degli intervistati afferma di non visitare musei, gallerie o città d’arte perché costa troppo, anche fra chi non ha studiato. Il problema è ancora una volta la mancanza di interesse, e a ben vedere il divario in questo senso fra chi ha solo la licenza elementare e i laureati non è così ampio. Il 48% di chi non ha studiato dichiara di non nutrire interesse per la cultura, così come il 28% dei laureati e il 36% dei diplomati e il 45% di chi ha la licenza media. Inoltre il 35% dei laureati che non hanno frequentato alcun museo negli ultimi 12 mesi dichiarano come motivo “preferisco passare il tempo facendo altro” e il 5% che i musei sono noiosi.

Insomma, a quanto pare un sistema che punta sul turismo straniero, specie su quello mordi e fuggi delle grandi città, paga in termini di introiti. Ma non ripaga in termini di crescita culturale del nostro paese.

Ultimi commenti
  • Luciano catozzi |

    Puntare sulla citizen science, ad esempio in campo archeologico fare come in Inghilterra coinvolgere i detectoristi, nelle scienze biologiche coinvolgere osservatori, fotografi, videomakers. Fare qualcosa attivamente per i musei, non andare a sentire la lezioncina come babbei.

  • SilviaF |

    Un museo funziona e attira visitatori se fa attività coinvolgenti. Deve per forza essere in rete? Forse, ma essere in rete non basta se non si è in grado di proporre attività. Una persona che vede un reperto antico e non capisce a cosa serve non tornerà in un museo. Se invece la stessa persona viene coinvolta e portata a capire l’oggetto che guarda l’atteggiamento può cambiare.
    I musei devono sì proteggere le proprie collezioni ma anche farne comprendere l’importanza: ci vuole divulgazione artistica e storica, divulgazione culturale – non solo scientifica.
    Per fare questo, ovviamente, non serve né pagare dei custodi che passino la giornata ad annoiarsi guardando le cose, né pagare un sacco di soldi il megadirettore – non se non gli dò anche i soldi per assumere lavoratori in grado di comunicare i contenuti.

  • Stefano |

    Una considerazione: 5.300 ingressi per addetto non bastano neanche per coprire un quarto del sua stipendio, suggerimento: più telecamere meno addetti, saluti.

  • marcoc |

    Per quanto riguarda il sesto grafico, un piccolo consiglio: potreste usare due assi differenti, in maniera tale da evidenziare l’andamento della linea rossa.

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