Per anni la povertà è stata misurata quasi esclusivamente in termini di reddito. Negli ultimi anni, però, un’altra dimensione si è imposta con forza nella lettura dei fattori di rischio per bambini e famiglie: la povertà relazionale, cioè l’impoverimento dei legami sociali, familiari e comunitari che, più del solo dato economico, sembra correlarsi strettamente al deterioramento della salute mentale collettiva e all’aumento di trascuratezza e violenza assistita.
È questo il filo conduttore di un ampio database pubblicato da CESVI, che restituisce un Indice regionale sul maltrattamento e la cura all’infanzia in Italia, articolato in una serie di sotto-indici. L’indebolimento dei legami sociali — aggravato anche dalle conseguenze della pandemia — incide in profondità sulla qualità delle relazioni familiari e sul benessere delle nuove generazioni, rendendo più urgente il ruolo delle politiche pubbliche nel sostenere reti di supporto solide e inclusive. I dati più recenti da loro raccolti raccontano un aumento significativo dei casi presi in carico dai servizi sociali, con forme di maltrattamento che si sviluppano spesso in contesti di fragilità relazionale, stress prolungato e difficoltà economiche.
Ma soprattutto, solo uno su 6 pensa prima o poi di tornare.
Come si misura ciò che non si vede
La vera sfida di un lavoro come questo non è raccogliere i dati, ma decidere che cosa contare come rischio e che cosa contare come risposta istituzionale a quel rischio. L’Indice CESVI nasce dall’aggregazione di 65 indicatori diversi, che vengono fatti confluire in due grandi assi: da un lato i fattori di rischio di incorrere in maltrattamento, dall’altro il grado di presa in carico e di accesso ai servizi offerti sul territorio.
È proprio dal confronto tra questi due piani — l’indice di contesto e quello relativo a politiche e servizi — che emerge l’informazione più utile per chi deve decidere: non solo dove il rischio è più alto, ma quanto le amministrazioni locali siano effettivamente in grado di intercettarlo e contrastarlo. Una regione può avere un contesto socio-economico fragile e, allo stesso tempo, servizi capaci di attutirne gli effetti; un’altra può presentare un contesto meno critico ma una rete di servizi carente. È questo scarto, più della singola cifra, a raccontare la capacità reale dei territori di proteggere l’infanzia.
Un’Italia a due velocità
Il quadro che emerge dall’analisi storica della Dashboard CESVI è netto, e soprattutto stabile nel tempo. La Campania ha occupato l’ultima posizione della classifica in tutte le sette edizioni dell’Indice complessivo, risultando sistematicamente ventesima sia per fattori di rischio sia per disponibilità di servizi. Accanto a essa, Calabria, Sicilia e Puglia compongono in ogni rilevazione il nucleo delle regioni con le maggiori criticità strutturali. Non si tratta quindi di un’istantanea, ma di una fotografia che si ripete identica edizione dopo edizione: un sud strutturalmente svantaggiato, senza segnali di miglioramento.
Quante famiglie hanno gli strumenti per prendersi cura?
Tra i tanti indicatori raccolti, qui su Infodata abbiamo scelto di raccontarne e rappresentarne quattro, che rappresentano dei fattori di rischio per il maltrattamento nell’infanzia.
Il primo è la capacità di cura degli adulti con figli, intesa non come “sentimento” ma come condizione strutturale. Vengono considerati fra gli altri l’età dei genitori, la presenza di famiglie monoparentali, la soddisfazione personale per la vita, le gravidanze indesiderate e l’uso di metodi contraccettivi moderni, la coesione familiare, il numero di componenti del nucleo. Qui la classifica è spaccata a metà: sopra la media le regioni del centro nord, e sotto la media il sud, con picchi particolarmente drammatici in Campania, Sicilia e Calabria.
Il secondo è la capacità di vivere una vita sana, misurata qui attraverso il consumo di alcol, droghe e la presenza di malattia mentale. In questo caso la distinzione fra nord e sud è meno netta, ma restano regioni che presentano valori molto negativi.
Il terzo indicatore è poter vivere una vita sicura, misurato come isolamento sociale, violenza del partner, insicurezza percepita, norme sociali che tollerano il maltrattamento. Anche qui i valori positivi li presentano le regioni del nord, con un sud che invece arranca e continua a peggiorare dal 2018. La Campania è sempre maglia nerissima.content/uploads/sites/89/2026/07/3_thumbnail.jpg” alt=”chart visualization” width=”100%” />
L’ultimo indicatore di maltrattamento è la possibilità o meno di acquisire conoscenza, legata soprattutto al livello di istruzione delle donne e allo svantaggio socio-economico complessivo. Qui torniamo al divario netto fra nord e sud, con valori particolarmente negativi in Campania, Puglia, Basilicata e Calabria.
Ci sono anche altri fattori di rischio, sul versante dei minori, che si spostano su comportamenti che anticipano fragilità future: gravidanze precoci, obesità infantile, fumo e consumo di alcol o droghe in età giovanile, gioco d’azzardo problematico. Sono spie che, incrociate con la povertà relazionale degli adulti di riferimento, compongono un quadro di rischio che raramente dipende da una sola causa.
I servizi, l’altra faccia della medaglia
A bilanciare la fotografia del rischio, CESVI mappa anche l’offerta di servizi realmente disponibile sul territorio, che incide sulla presenza di un fattore di rischio : per l’infanzia, i servizi socio-educativi per la prima infanzia, il sostegno socio-educativo e scolastico, l’assistenza pediatrica territoriale e i consultori per la maternità; per gli adulti, il sostegno alla genitorialità, i servizi sociali professionali, l’assistenza domiciliare e residenziale, i centri antiviolenza, i servizi per l’inserimento lavorativo e per l’accesso alla casa. Anche qui, il Sud arranca.
È l’intreccio tra questi due livelli — la vulnerabilità che si accumula nelle famiglie e la capacità dei servizi di intercettarla in tempo — a rendere la povertà relazionale una categoria complessa da misurare, ma impossibile da ignorare: perché a differenza della povertà economica, che si legge in un numero, quella relazionale si manifesta nell’assenza di legami, fiducia e reti di sostegno, ed è proprio questa invisibilità a renderla, spesso, il fattore di rischio meno considerato e più determinante.
Per approfondire.
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