Tua madre o tua nonna ti ripetono che questa fissazione con la carne è solo una moda. Abbiamo sempre mangiato carne, da che mondo è mondo. È vero. Ma oggi consumi sei volte il pollo e due volte il maiale che mangiavano i tuoi nel 1961. L’offerta media globale di carne è passata da 25 kg pro capite nel 1961 a 47 kg nel 2022. Quasi il doppio in sei decenni. L’offerta globale complessiva di carne è quadruplicata nello stesso periodo ed è destinata a continuare ad aumentare. Ma dentro questa media convivono dinamiche molto diverse per tipo di prodotto, area geografica e fascia di reddito — e conseguenze ambientali che i governi dei paesi ricchi continuano a non tradurre in politiche credibili di riduzione dei consumi.
Sono i dati dell’ultimo rapporto FAO Drivers of supply and demand of terrestrial animal source food che racconta una trasformazione che riguarda cosa produciamo, chi lo produce, come lo scambiamo — e cosa stiamo scaricando sull’atmosfera e sugli ecosistemi.
Aumenti che non sono omogenei geograficamente e in linea con quanto raccontavamo nel 2024 analizzando i dati del Dipartimento dell’agricoltura del governo degli Stati Uniti tiene traccia da 55 anni della disponibilità di cibo per oltre 200 articoli, fra carne, farine, pesce, legumi, frutta e verdura. Gli americani non hanno mai mangiato tanto pollo e formaggi come oggi.
Pollo, pollo e ancora pollo
A trainare la crescita globale sono stati tre prodotti: uova, carne di pollame e carne di maiale. Il pollame ha registrato l’aumento più marcato in termini relativi — circa cinque volte rispetto al 1961 — mentre uova e suino sono quasi raddoppiati. In termini assoluti, l’offerta di pollame è passata da meno di 3 kg a persona nel 1961 a 17 kg nel 2022. Quella di carne suina ha raggiunto i 15 kg pro capite nello stesso arco di tempo.
La carne bovina — la filiera universalmente considerata più inquinante — ha invece mantenuto un’offerta pro capite sostanzialmente stabile, attorno ai 9 kg annui per persona, con una tendenza globale al calo. L’eccezione è l’Asia, dove l’offerta di bovino è cresciuta controcorrente rispetto al resto del mondo, spinta in particolare dalla Cina. Una dinamica che non ha compensato il calo globale, ma che racconta molto della velocità di trasformazione dei consumi nel continente più popoloso del pianeta.
La Cina produce un terzo della carne mondiale
La geografia della produzione è quanto mai squilibrata. La Cina fornisce da sola il 28% dell’offerta mondiale di carne. Seguono Stati Uniti con l’11%, Brasile con il 6% e Federazione Russa con il 3%. Sul fronte lattiero, l’India detiene il primato dell’offerta di latte, seguita da Stati Uniti, Cina, Brasile e Pakistan.
Le uova raccontano una storia ancora più concentrata: l’Asia produce oltre il 64% della produzione globale, con Cina e India in testa. Negli ultimi trent’anni la produzione mondiale di uova è aumentata del 150% — ma nella sola Asia è quadruplicata. Un dato che riflette sia la crescita demografica sia il rapido aumento del potere d’acquisto nelle classi medie urbane asiatiche.
A completare il quadro della produzione animale globale, la FAO segnala che la produzione mondiale annua di miele ha raggiunto quasi 1,2 milioni di tonnellate.
Il 14% di questi prodotti finisce sprecato
C’è infine una dimensione che intreccia inefficienza economica e ingiustizia sociale. Circa il 14% della carne e del latte viene sprecato: perso durante la produzione oppure eliminato dopo aver raggiunto scaffali e ristoranti. In un sistema che già pesa in modo sproporzionato sul clima e sul suolo, questa quota di perdita aggrava ulteriormente un bilancio già deficitario.
Sul versante dell’accesso, il rapporto documenta una correlazione positiva tra reddito nazionale pro capite e disponibilità di alimenti di origine animale. Ma la disponibilità non si traduce automaticamente in accesso equo. Nei paesi a basso e medio reddito — in particolare nell’Africa subsahariana e nell’Asia meridionale — questi alimenti sono molto più costosi in rapporto al reddito rispetto ai paesi ricchi. Gli ambienti alimentari dei paesi ad alto reddito tendono invece a rendere più facilmente reperibili, e a prezzi inferiori, le carni con contenuto di grassi superiore al 10% e i latticini ad alto contenuto di grassi rispetto alle alternative più magre.
L’Italia secondo importatore al mondo di animali vivi
Nonostante la crescente internazionalizzazione delle filiere, il commercio rimane una componente ancora minoritaria del sistema: l’85% della carne è prodotta e consumata localmente. Solo il 15% è oggetto di scambi internazionali — una quota in crescita, ma che lascia il commercio in una posizione strutturalmente marginale, soprattutto per i paesi a basso e medio reddito, dove la quasi totalità degli alimenti di origine animale viene venduta sui mercati interni, spesso informali.
Nei flussi internazionali che esistono, la concentrazione è estrema: appena dieci paesi esportatori rappresentano l’80% delle esportazioni globali di prodotti animali. L’Unione Europea contribuisce per il 22% al commercio totale, con un surplus strutturale su latte e carne suina e un deficit su bovina e avicola. Negli ultimi sessant’anni la quantità di carne di pollame esportata a livello mondiale è aumentata di quasi 63 volte; quella bovina di 9 volte, la suina di 17, il latte e i derivati di 7, le uova di 5.
In questo sistema l’Italia occupa una posizione di rilievo: è il secondo importatore mondiale di bovini vivi, preceduta solo dagli Stati Uniti. Sul fronte avicolo, il Belgio guida le importazioni di polli vivi, seguito da Germania, Ungheria e Francia. Per i suini vivi è la Germania a detenere il primato mondiale, davanti a Polonia, Stati Uniti, Spagna e Cina.
+7,6% di emissioni attese al 2035
Dietro i volumi di produzione c’è un conto ambientale. Il pianeta si è già riscaldato di circa 1,4 °C rispetto all’era preindustriale. E questo è un fatto. Il secondo fatto è che l’allevamento intensivo è responsabile del 12-20% delle emissioni di gas serra che contribuiscono al riscaldamento globale ed è una delle principali cause di perdita di biodiversità. L’agricoltura nel suo complesso è già il secondo settore più inquinante dell’economia globale.
Le proiezioni non sono confortanti: le emissioni agricole sono attese in crescita del 7,6% nel prossimo decennio, con l’allevamento responsabile di circa l’80% di quell’aumento. Una traiettoria che collide frontalmente con gli obiettivi climatici internazionali.
Il Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC) ha indicato il passaggio da diete ricche di carne a diete ricche di vegetali come una delle azioni più efficaci sul versante della domanda per ridurre le emissioni. Il rapporto FAO cita ricerche che mostrano come le nazioni ricche stiano alimentando un consumo eccessivo di prodotti di origine animale. Ma — e qui sta il nodo politico — non arriva a raccomandare esplicitamente la riduzione dei consumi come misura necessaria per i paesi ad alto reddito.
Per approfondire.
Mangiare vegetale è meglio. Ecco cosa dicono sei anni di studi scientifici
In tre anni i disturbi alimentari sono più che raddoppiati. Specie fra i giovanissimi
Quanto ci piace uscire e cosa ci piace fare? Sette curiosità sulle abitudini degli italiani