Oltre 25mila imprese, una crescita del 185% in meno di dieci anni e una distribuzione geografica che rompe lo schema tradizionale dell’innovazione concentrata solo al Nord. La professione di influencer – o meglio, di Digital Content Creator – non è più un fenomeno da osservare sui social, ma una componente strutturale del tessuto produttivo italiano. A certificarlo è la prima ricerca nazionale condotta da InfoCamere in collaborazione con l’Università di Padova, che per la prima volta utilizza i dati del Registro delle Imprese per mappare un settore finora rimasto “invisibile” alle statistiche ufficiali.
Tra YouTuber, tiktoker, influencer, streamer e video maker, emerge un ecosistema imprenditoriale giovane, diffuso e sempre più strutturato che non necessariamente usa i social per esprimersi. Ecco cinque punti e tre grafici per capire cosa ci dice davvero questa fotografia.
+185%
Un settore che in dieci anni è quasi triplicato
Dal 2015 al 2024 le imprese legate alla creazione di contenuti digitali sono passate da circa 9mila a oltre 25mila, con una crescita del +185%. A trainare sono soprattutto le imprese “core” (+206%), cioè quelle che operano direttamente nella produzione audiovisiva, nel marketing digitale e nella gestione di piattaforme online. Ma crescono anche le imprese “ibride” (+155%), che integrano la content creation in settori tradizionali come moda, turismo, fitness o consulenza. Il vero punto di svolta è il biennio 2020-2021: la pandemia accelera la domanda di contenuti e comunicazione online, trasformando una competenza spesso individuale in un’opportunità imprenditoriale strutturata.
+ 155%
Da fenomeno social a fenomeno economico misurabile, boom delle imprese ibride
Crescono anche le imprese “ibride” (+155%), che integrano la content creation in settori tradizionali come moda, turismo, fitness o consulenza. La ricerca ha identificato queste imprese attraverso tecniche di text mining applicate agli oggetti sociali iscritti al Registro delle Imprese, cercando parole chiave come YouTube, TikTok, Instagram, content creator, influencer, streamer. Il risultato è una mappa inedita di un settore che finora sfuggiva alle classificazioni tradizionali. Come sottolinea il direttore generale di InfoCamere, Paolo Ghezzi, il Registro delle Imprese si conferma non solo archivio amministrativo, ma osservatorio in tempo reale delle trasformazioni economiche. È il passaggio dalla competenza digitale d’uso alla capacità di fare impresa nel digitale.
5000
Quanto guadagnano?
La risposta non è univoca: molto dipende dalla piattaforma utilizzata, dal numero di follower e dal livello di engagement della propria community. Secondo lo studio “Creator Economy 2025” realizzato da Kolsquare, società francese specializzata in influencer marketing, il quadro italiano mostra una forte polarizzazione dei redditi. Nel nostro Paese il 74% dei creator dichiara di guadagnare meno di 5.000 euro al mese, e di questi il 35% non supera i 1.000 euro mensili. All’estremo opposto, solo il 13% riesce a superare la soglia dei 5.000 euro al mese, confermando che i compensi più elevati restano concentrati in una minoranza di professionisti.
80%
Un settore giovane, con più under 40 e più donne
Oltre l’80% delle imprese ha meno di 10 anni, contro il 60% delle imprese tradizionali di confronto. L’età mediana degli amministratori è di 48-49 anni, circa sei anni in meno rispetto alla media nazionale, con una presenza significativa di under 40 e, nelle imprese core, anche di under 30. Cresce leggermente anche la quota di donne amministratrici (27,6% nelle imprese ibride, contro il 26,3% nel campione di controllo), segnale di una maggiore accessibilità imprenditoriale in un settore dove le barriere d’ingresso sono più basse: meno capitale finanziario, più capitale di competenza e di rete.
93%
Micro-imprese digitali, ma sempre più strutturate
Il 93% delle Digital Content Creator è costituito da micro e piccole imprese (fino a 9 addetti). È un’imprenditorialità artigianale-digitale, fondata su competenze individuali, creatività e community online. Ma il quadro è in evoluzione: molte di queste realtà stanno consolidando modelli di business, costruendo team, stabilizzando collaborazioni e diversificando le fonti di ricavo. Siamo di fronte a una forma di “democratizzazione produttiva”: la competenza tecnologica non è solo uno strumento operativo, ma un fattore identitario e imprenditoriale. Non è più solo saper usare le piattaforme, ma saperci costruire un’impresa. E forse è proprio questo il dato più rilevante: l’influencer non è più soltanto una figura mediatica. È, a tutti gli effetti, una nuova forma di impresa italiana.
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