Oltre centododici milioni di ettari andati in fumo nei primi sette mesi dell’anno. Facendo un paragone per estensione geografica, è come se l’Italia (che è ampia poco più di trecento km²) fosse bruciata quattro volte dall’inizio del 2026.
Mentre Europa e Nord America hanno affrontato un’altra estate segnata da ondate di calore estreme e incendi sempre più distruttivi, la mappa globale delle superfici bruciate racconta una storia che sposta l’epicentro del fenomeno. Infatti, secondo i dati aggiornati al primo agosto 2026, l’Africa rappresenta da sola il 55% di tutta la superficie bruciata a livello globale, una quota superiore a quella di tutte le altre regioni del pianeta messe insieme.
Ma quali sono i Paesi su cui è gravato maggiormente questo fenomeno? Il monitoraggio di Global Wildfire Information System (GWIS), l’iniziativa di ricerca congiunta di GEO e dei programmi di lavoro Copernicus, definisce una valutazione dei regimi degli incendi e dei loro effetti a livello globale. Noi della redazione di Info Data abbiamo studiato i risultati delle ricerche e ve li riportiamo, insieme ad alcuni grafici, per garantire a tutte le lettrici e a tutti i lettori de Il Sole 24 Ore una maggiore comprensione dei fenomeni
I Paesi maggiormente colpiti
A dominare la classifica mondiale è la Repubblica Democratica del Congo, con oltre 13,6 milioni di ettari interessati da incendi o pratiche di combustione controllata. Seguono l’Australia, con circa 11,8 milioni di ettari, e l’Angola con oltre 7,4 milioni. Anche il Sudan del Sud e la Repubblica Centrafricana figurano tra i primi cinque Paesi per superficie bruciata. Complessivamente, i tre Paesi in testa alla graduatoria concentrano quasi il 30% delle aree bruciate registrate nel mondo nel corso del 2026.
I dati, tuttavia, richiedono una cautela interpretativa. Le statistiche del GWIS non misurano esclusivamente i grandi incendi boschivi che dominano l’attenzione mediatica e che si sono verificati in Europa e in Nord America. Nel conteggio rientrano, infatti, anche gli incendi agricoli e le pratiche di gestione dei pascoli utilizzate in molte economie rurali. Questo elemento spiega perché vaste aree dell’Africa subsahariana registrino livelli di superficie bruciata molto superiori a quelli osservati nei Paesi industrializzati. In queste zone il fuoco continua a essere un tradizionale strumento per preparare i terreni agricoli, rigenerare i pascoli e gestire la vegetazione.
Meno superficie, ma con più emergenza
Benché la quantità complessiva di territorio interessato dagli incendi sia relativamente contenuta rispetto all’Africa, Europa e Nord America continuano a dover gestire incendi ad alto impatto economico, ambientale e sociale.
La Spagna sta vivendo una delle stagioni più difficili degli ultimi anni. Al primo agosto risultavano bruciati circa 180 mila ettari, mentre un vasto incendio nella provincia di Ávila è stato indicato come il più grande mai registrato nella storia del Paese. Le evacuazioni legate agli incendi in Spagna e Francia hanno nel complesso superato le 300 mila persone.
La Francia, inoltre, per far fronte ai diversi problemi causati dagli incendi estremi, ha dovuto richiedere assistenza attraverso le risorse antincendio messe a disposizione dall’Unione Europea. Questo perché a metà luglio la superficie bruciata aveva già superato il totale dell’anno precedente.
Anche il Canada continua ad essere particolarmente coinvolto nel fenomeno degli incendi estremi. Dall’inizio dell’anno sono andati in fumo circa 2 milioni di ettari, in continuità con una sequenza di stagioni particolarmente aggressive culminata nel record storico del 2023.
Negli Stati Uniti, dove le superfici bruciate hanno raggiunto circa 2,4 milioni di ettari, gli Stati del Nord-Ovest (come Oregon e Washington) risultano tra le aree più colpite. A inizio agosto erano attivi oltre cento grandi incendi, favoriti da condizioni di siccità che interessano più di un quarto del territorio nazionale.
La sfida climatica
Per i governi, la nuova geografia degli incendi non rappresenta soltanto una questione ambientale. È sempre più un fattore economico strutturale, capace di influenzare produzioni agricole, infrastrutture, mercati assicurativi e strategie di adattamento climatico nei prossimi decenni.
Il quadro complessivo, ad ogni modo, conferma una tendenza ormai consolidata: l’aumento delle temperature, la maggiore frequenza delle siccità e l’alterazione dei cicli stagionali stanno rendendo il fuoco un fenomeno sempre più frequente. In definitiva, come affermano gli esperti, la maggiore estensione e durata degli incendi è un effetto del cambiamento climatico.
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