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Clima, dagli abissi la chiave delle glaciazioni: negli ultimi 3 milioni di anni più decisivi gli oceani della CO2

Due studi pubblicati su Nature riaprono una questione centrale nella climatologia: cosa guida davvero i grandi cambiamenti climatici su scala geologica. La risposta, almeno per una fase cruciale del passato della Terra, potrebbe sorprendere. Non i gas serra. O non solo. La temperatura degli oceani potrebbe aver inciso più dei gas serra

Le carote di ghiaccio della regione di Allan Hills, in Antartide orientale, sono tra le più antiche mai analizzate. Qui i ricercatori del National Science Foundation Center for Oldest Ice Exploration hanno ricostruito un arco temporale che copre gli ultimi tre milioni di anni. Un periodo in cui il pianeta ha cambiato marcia più volte, passando da un mondo relativamente caldo a uno dominato da cicli glaciali sempre più intensi.

Il primo cambio di passo arriva circa 2,6 milioni di anni fa. Si formano le grandi calotte dell’emisfero settentrionale e il clima entra in un ritmo nuovo, scandito da cicli glaciali di circa 40 mila anni. Il secondo scatto avviene attorno a 1,2 milioni di anni fa. I cicli si allungano a 100 mila anni, i ghiacci diventano più estesi, il sistema climatico si riorganizza. È la transizione del Pleistocene medio, uno dei rompicapi più discussi della paleoclimatologia.

Fin qui il contesto. Poi arrivano i dati. Le concentrazioni di metano restano sostanzialmente stabili lungo tutto il periodo osservato. L’anidride carbonica mostra una lieve diminuzione, circa 20 parti per milione tra 2,9 e 1,2 milioni di anni fa, seguita da una lunga fase di stabilità. Numeri piccoli, troppo piccoli per spiegare da soli cambiamenti climatici di quella portata.

Il segnale forte emerge altrove. Nei gas nobili intrappolati nel ghiaccio, in particolare xeno e kripton. Sono indicatori indiretti ma affidabili della temperatura oceanica, perché la loro solubilità varia con il freddo. Più l’acqua è fredda, più gas trattiene. È fisica di base applicata a scale planetarie.

Le misurazioni indicano un raffreddamento marcato degli oceani circa 2,7 milioni di anni fa, in coincidenza con l’avvio delle grandi glaciazioni dell’emisfero nord. Successivamente, tra 1,2 e 0,8 milioni di anni fa, le temperature oceaniche si stabilizzano, accompagnando il nuovo regime climatico. Il sincronismo è evidente. E suggerisce una relazione causale.

Il punto non è che i gas serra non contino. Il punto è che, in quel contesto, non sembrano essere stati il fattore dominante. Gli oceani, con la loro enorme capacità termica, emergono come il vero regolatore del sistema. Una sorta di volano climatico, lento ma potente, capace di accumulare e rilasciare energia su scale temporali lunghissime.

È un cambio di prospettiva. Finora il racconto dominante ha assegnato al CO₂ il ruolo di protagonista quasi esclusivo. Questi risultati introducono una gerarchia più articolata, in cui atmosfera, oceani e parametri orbitali interagiscono come componenti di un sistema complesso. Non un singolo interruttore, ma una rete di feedback.

Attenzione però a non forzare la lettura. Il passato profondo non è una replica del presente. Le condizioni al contorno erano diverse, così come i tempi di evoluzione. Oggi la concentrazione di CO₂ ha superato le 420 parti per milione, con un incremento rapido e di origine antropica. Nei dati antartici si parla di variazioni di poche decine di ppm distribuite su centinaia di migliaia di anni.

La differenza non è solo quantitativa. È soprattutto nella velocità. Il sistema climatico attuale sta cambiando a un ritmo che non trova analoghi nei record geologici recenti. Questo rende il confronto diretto fuorviante se usato per minimizzare il ruolo dei gas serra nel riscaldamento contemporaneo.

Quello che questi studi fanno, piuttosto, è aggiungere profondità al modello. Mostrano che il clima della Terra ha più leve di controllo di quanto si pensasse e che alcune di queste leve, come la temperatura oceanica, possono diventare decisive in particolari condizioni.

In termini informatici, è come scoprire che il sistema operativo del pianeta esegue molti più processi in background. Il CO₂ resta una variabile chiave, ma non è l’unico thread in esecuzione.

La vera notizia è qui. Il clima non è una linea retta ma un sistema dinamico, dove cause e effetti cambiano peso nel tempo. E per capirlo bisogna leggere archivi lenti, profondi, spesso invisibili. Come il ghiaccio dell’Antartide. O come gli oceani, che coprono il 70% del pianeta e ne custodiscono la memoria termica.

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