Italia: primato dell’ “orgoglio culturale” (qualsiasi cosa voglia dire)
C’era un tempo in cui le famiglie italiane sognavano per i propri figli una scrivania con la targa dorata: avvocato, architetto, ingegnere. Tre professioni capaci di evocare status sociale, reddito sicuro e rispettabilità. Quel tempo, tuttavia, sembra definitivamente tramontato. I dati raccolti dal Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea che abbiamo scremato fotografano con impietosa chiarezza un cambiamento epocale nelle scelte universitarie dei giovani italiani: in meno di vent’anni, le iscrizioni a Giurisprudenza e ad Architettura si sono quasi dimezzate, in una parabola discendente che non accenna ad arrestarsi. Parallelamente, le nuove generazioni fanno registrare un boom in materie umanistiche, filosofia in testa.
Italia: primato dell’ “orgoglio culturale” (qualsiasi cosa voglia dire)
A queste cifre universitarie si sovrappone ora un secondo strato di dati, ancora più denso di significato: il Rapporto 2025 della Cassa Forense — l’ente previdenziale degli avvocati italiani — offre una radiografia inedita dello stato di salute della professione legale. Il risultato è un ritratto che difficilmente invoglia le nuove generazioni a intraprendere quella strada: una categoria che invecchia rapidamente, perde iscritti attivi, e in cui più di sei professionisti su dieci dichiarano di non riuscire a conciliare il lavoro con la propria vita personale.
Giurisprudenza: da 11.500 a 9.500 laureati, una discesa che non si arresta
Il percorso storico di Giurisprudenza è quello che meglio esemplifica la crisi delle professioni classiche. Nel 2006, i laureati in area giuridica erano 11.526, distribuiti tra il vecchio ordinamento pre-riforma (che pesava per oltre il 90% del totale) e i corsi a ciclo unico di nuova istituzione. Nel 2012, con il pieno regime del nuovo sistema, si raggiungono 12.053 laureati complessivi. Il 2015 segna l’apice assoluto — 14.344 laureati totali — ma è un picco artificiale, legato al completamento dei percorsi quinquennali delle prime coorti riformate. Da quel momento in poi, la discesa è inesorabile.
Nel 2021 i laureati crollano a 11.176, e nel 2024 scendono a 9.499. In meno di un decennio dal picco, Giurisprudenza ha perso quasi un terzo dei suoi laureati. Il dato più eloquente riguarda la componente LM — le lauree magistrali biennali — che nel 2021 contava appena 45 unità e nel 2024 risale a 349: numeri irrisori, a conferma che in ambito giuridico il doppio ciclo non ha mai davvero attecchito.
Architettura e ingegneria civile: la fine di un mito, da 9.119 a 5.608 laureati
Se Giurisprudenza vive una crisi lenta ma costante, il destino di Architettura e di ingegneria civile appare ancora più drammatico in termini relativi. Nel 2006 i laureati in questo gruppo erano 7.531. Il 2012 rappresenta il momento di massima forza del modello riformato, con 9.119 laureati complessivi, e la magistrale biennale che raggiunge 5.622 usciti — il dato più alto di sempre per questa componente.
Ma già dal 2015 la tendenza si inverte. Il totale scende a 9.851, poi a 9.345 nel 2018, 7.492 nel 2021 e un preoccupante 5.608 nel 2024. In dodici anni, il numero di laureati in Architettura o ingegneria civile si è ridotto del 38,5%. Una contrazione senza precedenti nelle serie storiche del settore.
Più del 40% degli avvocati under 35 dichiara redditi annui inferiori a 15.000 euro lordi
A completare il quadro delineato dai dati universitari arriva il Rapporto 2025 della Cassa Forense, che che stride con l’immagine di prosperità che per decenni ha caratterizzato la professione legale.
Dal 2014 al 2020, il numero degli iscritti alla Cassa Forense era cresciuto con costanza, passando da 223.842 a 245.030 unità. La pandemia ha segnato un punto di svolta: la crescita si è arrestata e ha lasciato spazio a una contrazione progressiva che nel 2024 ha portato gli iscritti totali a 233.260. Ma il dato aggregato nasconde una dinamica molto più preoccupante: tra il 2019 e il 2024, il numero di avvocati pensionati iscritti alla Cassa è aumentato di quasi cinquemila unità, mentre quello degli iscritti non pensionati — ovvero i professionisti attivi — è diminuito di quasi quindicimila. In cinque anni, la professione ha perso quindicimila avvocati in età lavorativa.
A questa contrazione quantitativa si affianca un invecchiamento strutturale senza precedenti. Dal 2002 a oggi, l’età media degli avvocati iscritti alla Cassa Forense è aumentata di oltre sei anni, passando da 42,3 a 48,9 anni. Un dato che, letto in parallelo al calo dei laureati in Giurisprudenza, traccia una traiettoria preoccupante: meno giovani scelgono di diventare avvocati, e quelli che già esercitano la professione invecchiano senza essere sostituiti.
I giovani cercano più work-life balance?
Tra i dati del Rapporto Cassa Forense 2025, quello che più colpisce per la sua immediatezza è il sentiment generale della categoria rispetto alla propria condizione di vita. Il 63,4% degli avvocati italiani dichiara di trovare molto o abbastanza difficile conciliare la carriera forense con la vita personale. Nel dettaglio, il 17,1% la definisce molto difficile e il 46,3% abbastanza difficile. Solo meno di un avvocato su dieci afferma di non avere alcun problema di work-life balance.
Il dato peggiora sensibilmente tra i più giovani: tra gli avvocati under 40, ben il 73,7% dichiara molta o abbastanza difficoltà nel trovare questo equilibrio. Percentuale che rimane elevata (71%) anche nella fascia 40–49 anni, per scendere al 59,3% tra i 50 e i 64 anni e al 42,6% tra gli over 65. Con l’avanzare dell’età, insomma, la vita professionale si assesta e il peso relativo del lavoro diminuisce — ma è un sollievo che arriva tardi, e che per molti non arriva affatto.
Sul piano del genere, il divario è netto e strutturale. Il 70,6% delle avvocate dichiara difficoltà nel conciliare lavoro e vita personale, contro il 57% degli avvocati maschi: uno scarto di 13,6 punti percentuali che riflette il perdurare di una distribuzione asimmetrica dei carichi familiari. La conferma arriva dalla percezione generale della situazione lavorativa: il 57,9% delle donne la definisce molto o abbastanza critica, contro il 47,3% degli uomini. Tra le avvocate, il 27,5% usa l’aggettivo “molto critica” — un’intensità quasi dieci punti superiore a quella registrata tra i colleghi maschi (18,5%).
Gli uomini, dal canto loro, mostrano una valutazione più stabile o positiva: il 33% dichiara una situazione stabile (contro il 25,9% delle donne) e il 16,9% ritiene che sia migliorata (contro il 14,6% femminile). La quota di chi la definisce molto migliorata è modesta per entrambi i generi, ma più alta tra gli uomini (2,9% contro 1,6%).
Per approfondire.
Come misuriamo davvero i morti sul lavoro?
Tra salari che non crescono e contratti non rinnovati, come sta il mondo del lavoro italiano
Poco coinvolti, stressati e sfiduciati: l’identikit dei dipendenti italiani
In Europa solo un lavoratore su tre si è completamente digitalizzato