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economia

Cosa preoccupa davvero i miliardari nel 2026?

Cosa temono davvero i miliardari nel 2026? A leggere i numeri, non sono né l’intelligenza artificiale fuori controllo né una nuova pandemia, ma qualcosa di molto più terreno: dazi, guerre e instabilità politica.

I dati arrivano dalla UBS Billionaire Survey 2025, rielaborata da Visual Capitalist, che ha chiesto ai grandi patrimoni globali quali rischi vedono all’orizzonte nei prossimi dodici mesi. La risposta è netta. Il 66% indica le tariffe commerciali come la principale fonte di preoccupazione. Subito dietro, con il 63%, ci sono i conflitti geopolitici. In pratica: confini, cannoni e barriere doganali pesano più dei tassi di interesse.

Segue l’incertezza politica, citata dal 59% dei miliardari. Elezioni imprevedibili, governi fragili, cambi di rotta improvvisi. Per chi gestisce patrimoni miliardari, la politica è come il meteo: non la controlli, ma può rovinarti il raccolto.

L’inflazione, che per anni è stata il convitato di pietra delle economie avanzate, resta una minaccia per il 44% degli intervistati. Meno della metà, ma abbastanza da ricordare che il potere d’acquisto conta anche quando hai molti zeri sul conto. Più sotto, ma non troppo, c’è la crisi del debito: il 34% teme che l’accumulo di debito pubblico e privato possa diventare il prossimo detonatore sistemico.

Curioso il dato sulle tasse. Solo il 28% dei miliardari le considera una grande preoccupazione. Ancora più in basso la recessione globale, citata dal 27%. Come dire: meglio un’economia che rallenta di un mondo che si frammenta.

Ancora più rivelatore ciò che resta fuori dalla top delle paure. Il cambiamento climatico preoccupa appena il 14% degli intervistati. Una nuova crisi sanitaria globale solo il 6%. Numeri bassi, soprattutto se confrontati con l’impatto reale che questi fattori hanno avuto negli ultimi anni. Segno che, per chi guarda il mondo dall’alto dei mercati finanziari, il rischio immediato non è il lungo periodo, ma il caos geopolitico qui e ora.

In sintesi, i miliardari non temono tanto un crollo improvviso dell’economia quanto un mondo più chiuso, più conflittuale e meno prevedibile. Quando il commercio si inceppa e la politica diventa instabile, anche i capitali più grandi iniziano a tremare.

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