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La ricchezza corre, la democrazia arranca e l’Ai non aiuta: il nuovo rapport Oxfam in tre grafici

I numeri diffusi da Oxfam alla vigilia del World Economic Forum sembrano l’output di un algoritmo che ha perso il freno: nel 2025 la ricchezza dei miliardari globali è cresciuta del 16%, arrivando a 18,3 trilioni di dollari. Tre volte più veloce del ritmo medio degli ultimi anni. Dal 2020 l’aumento cumulato è +81%.

Questo grafico illustra la crescita record dei patrimoni dei miliardari, che nel novembre 2025 hanno raggiunto la cifra storica di 18,3 trilioni di dollari. Si nota un’accelerazione significativa nell’ultimo anno, con una crescita tre volte superiore alla media degli anni precedenti.

Il rapporto Resisting the Rule of the Rich: Protecting Freedom from Billionaire Power analizza il modo in cui i super-ricchi si stanno assicurando il potere politico per plasmare le regole delle nostre economie e società a proprio vantaggio e a scapito dei diritti e delle libertà delle persone in tutto il mondo.

Per dare una scala: 18,3 trilioni equivalgono a più del PIL annuo di Stati Uniti e Cina messi insieme. È come se una manciata di famiglie viaggiasse su un treno ad alta velocità mentre il resto del mondo spinge una bicicletta controvento. E il contesto non è neutro: una persona su quattro fatica a mangiare regolarmente, quasi metà della popolazione mondiale vive in condizioni di povertà. Due curve che si allontanano, come grafici disegnati su assi diversi.

Il grafico mette in contrapposizione l’esplosione della ricchezza dell’élite globale con la crisi alimentare. Mentre i patrimoni toccano nuovi picchi, circa una persona su quattro nel mondo affronta oggi un’insicurezza alimentare moderata o grave.

Il rapporto aggiunge un dato che non è economico ma istituzionale: i miliardari hanno 4.000 volte più probabilità dei cittadini comuni di ricoprire cariche politiche. È la concentrazione del capitale che diventa concentrazione di potere. Non una metafora, ma una correlazione misurata.

Oxfam collega l’ultima accelerazione a scelte politiche precise negli Stati Uniti, durante la seconda amministrazione di Donald Trump: tagli fiscali, protezione delle multinazionali dalle pressioni internazionali, allentamento del controllo sui monopoli. In parallelo, l’aumento delle valutazioni dei colossi di intelligenza artificiale ha agito da moltiplicatore: chi era già in cima alla piramide ha beneficiato di rendimenti extra, come un portafoglio con leva incorporata.

Basato su uno studio citato nel rapporto, questo grafico mostra la correlazione tra l’alto coefficiente di Gini (disuguaglianza economica) e la probabilità di declino della democrazia. I paesi più diseguali hanno un rischio fino a sette volte maggiore di subire un’erosione democratica rispetto a quelli più equi.

«Il divario crescente tra i ricchi e il resto della popolazione sta creando un deficit politico altamente pericoloso e insostenibile», ha detto Amitabh Behar, direttore esecutivo di Oxfam. Tradotto in numeri: quando il capitale si accumula più velocemente delle istituzioni, la stabilità democratica diventa una variabile dipendente.

Le proposte dell’organizzazione sono note e misurabili: piani nazionali di riduzione delle disuguaglianze, tasse più alte sui grandi patrimoni, barriere più robuste tra denaro e politica (lobbying e finanziamento delle campagne). Oggi le imposte patrimoniali esistono in pochi Paesi, come la Norvegia; altrove – Gran Bretagna, Francia, Italia – il dibattito è aperto ma intermittente.

Il dato chiave, però, non è solo fiscale. È temporale. La ricchezza dei miliardari cresce più in fretta della capacità dei governi di regolarla. Come in un sistema informatico senza patch, il rischio non è l’errore immediato ma l’accumulo di vulnerabilità. E la democrazia, a differenza dei mercati, non ha un pulsante di reset.

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