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cronaca

Sette pazienti su 100 si sono infettati in ospedale, e 1 batterio su 3 è risultato resistente ai farmaci

Il 7% dei pazienti ospedalieri fra il 2022 e il 2023 ha avuto almeno un’infezione correlata all’assistenza (in termini tecnici: ICA). Solo una su quattro era già presente, con una prevalenza è stata più alta nei pazienti in terapia intensiva, dove circa il 20% aveva vissuto un’infezione ospedaliera durante o dopo il ricovero. La prevalenza dei pazienti con almeno una ICA variava dal 4,4% negli ospedali più grandi (con più posti letto) al 7,7% negli ospedali più piccoli.

Sono i dati pubblicati il 6 maggio scorso nel rapporto “Point prevalence survey of healthcare-associated infections and antimicrobial use in European acute care hospitals 2022–2023” dall’ECDC e si riferiscono a 28 Paesi dell’UE/SEE più Kosovo, Montenegro e Serbia, per un totale di 293.581 pazienti considerati provenienti da 1.250 ospedali e 22.806 ICA segnalate.

Le infezioni ospedaliere più frequenti sono risultate essere quelle del tratto respiratorio (il 29,3% del totale), del tratto urinario (il 19,2%), del sito chirurgico, cioè la parte del corpo operata (il 16,1%). Seguono le infezioni del flusso sanguigno (il 11,9% del totale) e le infezioni gastrointestinali (il 9,5%).

Un terzo dei microrganismi esaminati è resistente ai farmaci

Fra le oltre 22 mila  infezioni riportate su 20 mila pazienti, 13 mila sono state esaminate, i patogeni più frequentemente isolati sono stati Escherichia coli (12,7%), Klebsiella pneumoniae (11,7%), Enterococcus (10,0%), SARS-CoV-2 (9,5%), Staphylococcus aureus (9,0%), Clostridioides difficile (8%), Pseudomonas aeruginosa (7,9%), stafilococchi coagulasi-negativi (5,8%), Candida (4,7%), Proteus mirabilis (3,2%), Acinetobacter (3,2%) ed Enterobacter (3.0%).

Il tema è sempre la resistenza ai farmaci, sempre più frequente. Un terzo dei microrganismi esaminati fra quelli isolati è risultato resistente agli antimicrobici. La resistenza ai carbapenemi (altra classe di antibiotici molto potente), ad esempio, è stata segnalata nel 9,3% di tutti gli Enterobacter inclusi ed è stata la più alta (25,1%) nel caso di Kleibsiella Pneumoniae, nel 29,7% degli isolati di Pseudomonas aeruginosa e nell’82,9% degli isolati di Acinetobacter baumannii.
La resistenza alla meticillina (un altro antibiotico) è stata segnalata nel 23,7% degli isolati di S. aureus, ad esempio. La resistenza alla vancomicina (un altro antibiotico ancora) è stata segnalata nel 15,6% degli enterococchi isolati. La resistenza alle cefalosporine di terza generazione (classe di antibiotici molto potenti che non si usano come prima arma, ma dopo il fallimento di altre linee di antibiotici) è stata segnalata nel 34,7% di tutti gli Enterobacterales ed è stata la più alta in K. pneumoniae con il 58,1%.

La situazione italiana: peggio della media

19 del 293 mila pazienti esaminati erano stati ricoverati in 58 ospedali italiani, e l’Italia si è confermata ben al di sopra della media quanto a percentuale di pazienti con infezione legata all’assistenza: il 9.8% rispetto a una media europea di poco meno del 7%. La prevalenza delle ICA a livello nazionale deve essere comunque interpretata con cautela – precisano gli autori del rapporto ECDC – poiché dipende da un insieme di fattori, quali le condizioni dei pazienti, la capacità diagnostica, la sensibilità nell’individuazione dei casi di ICA e dalla rappresentatività nazionale del campione di ospedali.

Il nostro paese (almeno negli ospedali esaminati) non se la cava benissimi quanto a letti vicini a un dispenser di soluzione per la disinfezione delle mani e a possibilità di stare in camere singole per pazienti contagiosi. Il 54% delle postazioni letto ha la possibilità di accedere a un dispenser e il 13% dei posti letto è in camera singola. Francia, Belgio, Irlanda, Svezia superano il 30% dei posti letto in camere singole. L’Italia è però risultata uno dei paesi con più letti in isolamento per infezioni respiratorie, probabilmente in conseguenza della pandemia.

A quanti pazienti vengono dati antimicrobici in ospedale?

Stando al rapporto il 35% dei pazienti ha ricevuto un antimicrobico (un antibiotico contro le infezioni batteriche o un antimicotico in caso di funghi). L’indagine ha rilevato 138.208 antimicrobici utilizzati in 103.169 pazienti: il 72,6% dei pazienti ne ha ricevuto uno, il 22,4% due e il 5,4% addirittura tre o più.
Su un totale di 233 diversi agenti antimicrobici riportati al quinto livello della classificazione ATC, 19 rappresentavano il 75% degli antimicrobici utilizzati. L’antibiotico prescritto più frequentemente, il ceftriaxone, che da solo rappresenta il 10,4% di tutti gli agenti antimicrobici usati. Il ceftriaxone fa parte del gruppo delle cefalosporine di terza generazione, e si usa in caso di infezioni batteriche gravi in presenza di batteri sensibili, infezioni batteriche in pazienti neutropenici o immunocompromessi, e per profilassi chirurgica.

Perché ci si ammala in ospedale e come possiamo prevenirlo?

Gli ospedali e i luoghi di assistenza ai malati sono posti pieni di agenti patogeni. Si entra in contatto con essi toccando una persona infetta, anche fra gli operatori sanitari, respirando banalmente la stessa aria (COVID-19 docet) con le goccioline emesse mentre si parla, con gli starnuti o i colpi di tosse. Esiste anche il contatto indiretto mediante oggetti contaminati, sia strumenti diagnostici o assistenziali che oggetti e superfici comuni. Il malato spesso vive un indebolimento del suo sistema immunitario, che lo rende più delicato.
Ciò può avvenire durante un intervento chirurgico, specie se ad alta complessità, o con l’uso prolungato di dispositivi medici invasivi, specie nel caso di scarsa applicazione di misure di igiene ambientale.

Si può comunque fare qualcosa. L’ISS riporta che la trasmissione dei microrganismi si verifica soprattutto attraverso le mani degli operatori. Il lavaggio delle mani dopo l’assistenza di una persona e prima di assisterne un’altra è la pratica più importante per la prevenzione delle Ica. È molto semplice, a basso costo ed estremamente utile a limitare l’emergenza e la diffusione dei microrganismi responsabili di infezioni. Il lavaggio delle mani deve essere effettuato con acqua e sapone o può essere sostituito dall’utilizzo di soluzioni idro-alcoliche (gel disinfettante). Non solo il personale sanitario ma anche i visitatori sono tenuti a lavarsi le mani prima di ogni possibile contatto con la persona ricoverata.

Per approfondire. 

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