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cronaca

Riduzione dell’orario di lavoro, stress e felicità. Come unire i puntini

Che lavorare 8 ore al giorno, a cui si aggiunge il tempo per raggiungere il posto di lavoro, non lasci molto tempo libero durante la settimana, è evidente. Ci sono infatti diversi tentativi in Europa di ridurre l’orario di lavoro settimanale, magari garantendo anche una certa flessibilità di orario, a parità di retribuzione. Il modello è già largamente diffuso in Irlanda, nel Regno Unito, in Belgio, in Islanda.

Secondo gli organizzatori del Day Week Global – il programma pilota irlandese che ha visto coinvolti ricercatori del Boston College, dell’University College di Dublino e dell’Università di Cambridge, e  che prevede di lavorare 4 giorni alla settimana  – dopo sei mesi, la maggior parte delle 33 aziende e dei 903 lavoratori che hanno sperimentato il programma, senza riduzione della retribuzione, non vogliono tornare ai ritmi di lavoro precedenti. Autoriportano livelli più bassi di stress, affaticamento, insonnia e burnout e miglioramenti nella salute fisica e mentale.
Da lato aziendale il processo sembra essere stato positivo anche per gli utili aziendali. Secondo l’indagine, i ricavi medi sono aumentati del 38% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.

Non basta lavorare meno, serve meno stress

Misurare il benessere sul lavoro è complesso. Il problema per il lavoratore oggi è lo stress, un modo di lavorare frenetico, che richiede di produrre molta burocrazia a scandenze ferree, di pubblicare ogni mese report interni, statistiche; di rispondere o almeno leggere moltissime email, partecipare a riunioni, mentre il telefono squilla continuamente. Spesso lo stress lavorativo ce lo portiamo anche a casa perché siamo sempre potenzialmente reperibili, e non è infrequente un collega o un capo che lavora anche a casa e non si pone alcun freno a scrivere su whatsapp a ogni ora o nel weekend. A questo si aggiunge lo stress domestico, dovuto all’essere comunque sempre di corsa nell’incastrare i ritmi propri e quelli dei figli, quando ci sono, o dei parenti anziani da accudire.

Qualche dato: secondo le stime di WorkFront già nel 2019 il 16% del monte ore lavorativo settimanale era impiegato per processare email, e l’8% per meeting improduttivi. Statista rileva invece che in soli 3 anni, dal 2020 al 2023 il numero di email inviate ogni giorno è aumentato del 20%. Chiaramente qui si fa riferimento a tutte le email, anche quelle di spam e commerciali. In ogni caso secondo Campaign Monitor, il numero di email aperte è aumentato del 5% dal 2020 al 2023.

Un’indagine condotta dalla Harvard Business Review in epoca pre Covid fra 200 manager – dal titolo eloquente Stop the Meeting Madness – il 70% di loro riteneva che la maggior parte delle riunioni fossero siano improduttive e inefficienti. Nel 2017 passavano circa 23 ore a settimana in meeting, contro le 10 ore stimate negli anni Sessanta. Sempre la Harvard Business Review  a settembre 2020 mostrava che lavorando da casa i dipendenti inviavano il 5,2% in più di email al giorno al 3% in più di destinatari (sia mai che non siamo tutti “in the loop”!) Circa l’8,3% in più di e-mail sono state inviate dopo l’orario lavorativo. Ci sono state il 13% di riunioni in più e il numero delle persone invitate a ciascun incontro è aumentato di due, ovvero del 14%.

Lavorare di meno deve andare di pari passo con un rispetto della vita personale a 360 gradi, che oggi stiamo perdendo. La conseguenza di tutto questo è il burnout.
Per una persona su cinque che chiede aiuto allo psicologo il problema vero è il lavoro. Una nota piattaforma che mette in contatto specialisti nel settore della psicologia e l’utenza, Serenis, ha elaborato i dati di un sondaggio condotto su 3.000 loro utenti ed è emerso che una persona su cinque che cercava aiuto da uno specialista tramite la piattaforma denunciando come spinta lo stare male sul luogo di lavoro, in effetti sta male sul posto di lavoro. “Un grosso problema che emerge chiaramente riguardo al come ci si sente sul luogo di lavoro è il bisogno di farsi vedere sempre disponibile perché più mi faccio vedere così e più valgo” spiegava a Infodata Martina Migliore di Serenis.

I tentativi di riduzione delle ore di lavoro in Italia

In ogni caso pensare a come ridurre l’orario di lavoro è dovuto. I casi più noti in Italia sono quelli di Intesa Sanpaolo e di Lavazza. Il colosso delle assicurazioni da gennaio 2023 ha proposto ai propri dipendenti la “settimana corta”, cioè di lavorare dal lunedì al giovedì, anche se si tratta di aumentare le ore di lavoro da 8 a 9 in questi quattro giorni. Si lavora insomma 36 ore la settimana invece di 40. Da novembre 2023 questa proposta ha riguardato anche il personale di oltre 250 filiali di piccole dimensioni che possono usare come giorno di riposo il giorno di chiusura della filiale (martedì, mercoledì o giovedì). I dati diffusi da Intesa Sanpaolo a dicembre 2023 mostrano che in un anno il 70% degli aventi diritto ha richiesto l’abilitazione della settimana corta. Lavazza permette di lavorare meno ore il venerdì a parità di stipendio per 15 settimane da maggio a settembre per chi lo richiede, di fare smart working per 10 giorni al mese e garantisce 16 ore per attività di caregiving per accompagnare familiari alle visite mediche.

A parità di retribuzione

Questo non è ancora lavorare meno lavorare tutti, ma sicuramente un impegno da parte dell’azienda di ridurre le ore di lavoro e garantire più flessibilità a parità di retribuzione. Questo punto è cruciale: in Italia non possiamo permetterci di ridurre gli stipendi delle fasce meno abbienti, che con un costo della vita sempre in crescita (tutti vediamo che le bollette dell’energia sono raddoppiate in due anni) bastano a malapena per arrivare a fine mese. Non tutti possono permettersi di lavorare meno. Nel nostro Paese il 12% dei lavoratori (3 milioni di persone) guadagnano meno di 11.500 euro netti l’anno, cioè poco più di 950 euro al mese. Se consideriamo il reddito dei nuclei familiari,
il reddito totale delle famiglie più abbienti è 5,6 volte quello delle famiglie più povere (rapporto sostanzialmente stabile rispetto al 2020). Tale valore sarebbe stato più alto – 6,4 – in assenza di interventi di sostegno alle famiglie. Nel 2022 poco meno di un quarto della popolazione (24,4%) è a rischio di povertà o esclusione sociale.
Per una famiglia media italiana un’inflazione al 10% significa 2.514 euro in più l’anno da pagare solo per bollette, benzina, spesa. Sono circa due mesi di stipendio per chi percepisce uno stipendio basso.

Per approfondire. 

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