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politica

COP 26, climate change e capitalismo. Come sta andando a Glasgow?

Si riparte con la COP26 dopo una prima  settimana in cui gli oltre 190 interlocutori hanno partecipato ai tavoli di discussione di Glasgow. Ad esprimersi sull’andamento e sulle azioni da intraprendere per contrastare il cambiamento climatico sono i maggiori rappresentanti della politica globale – e del capitalismo.

In attesa del testo definitivo della conferenza, relativo alle attività da esercitare nei vari Stati (da sottoscrivere entro il 13 novembre), abbiamo l’asse Usa-Ue fortemente distanziato rispetto alle posizioni di Cina-India-Russia-Brasile. C’è però un cauto ottimismo, soprattutto guardando ai progressi sulla finanza climatica. L’Italia, insieme a 24 Paesi, ha sottoscritto un fondamentale accordo per fermare i finanziamenti a progetti legati a gas, petrolio e carbone.

Sorge spontanea una domanda: i governi, le aziende, la finanza, e dunque il capitalismo (per usare un termine che faccia da contenitore), si stanno tutti davvero mettendo a disposizione dell’ambiente?

Facciamo chiarezza con alcuni studi dedicati alla tematica, cercando di capire se (anche premendo il tasto pausa sul capitalismo) potremmo essere in grado di contrastare il cambiamento climatico e le relative conseguenze sulla vita.

“Se avete dei dubbi, prima sparare e poi chiedere spiegazioni”
La citazione è del risoluto Generale Ripper, personaggio iconico del Dr. Strangelove, pellicola satirica che vedeva alla regia un giovane Kubrick. Nel film è una immagine ricorrente la grande sala da conferenze, con imponenti mappe geografiche come sfondo, dove importanti rappresentanti e delegati politici, insieme a scienziati di fama e fregiati militari discutevano delle sorti dell’umanità e sulla salute del pianeta. Vi ricorda qualcosa?
Sì, è un po’ come a Glasgow. E l’ordigno fine di mondo, nel nostro caso, potrebbe essere l’inquinamento. Ma è possibile inquinare meno rimanendo nei ritmi di produzione di quei beni e servizi a cui il paradigma capitalista ci ha abituato? È possibile concretamente un cambio di rotta?
Nel grafico qui di seguito, ideato da Climate Action Tracker, si evidenziano dei possibili scenari (da qui al 2100) successivi all’attuazione delle promesse espresse nelle precedenti edizioni della COP.

Nell’eventualità che gli obiettivi di tutte le parti, combinati in un’azione concreta e collettiva, fossero messe in atto, si evidenzia comunque l’impossibilità di raggiungere il target di 1,5° prefissato nell’accordo di Parigi – e, guardando alle attuali emissioni, nel 2100 arriveremo ad un aumento della temperatura globale di 2,4°. Quindi nulla di buono, anche con i migliori propositi.
Questo dimostra che ci sarebbe bisogno di obiettivi migliori, più spinti. Sarebbe poi d’aiuto avere delle azioni efficaci su ogni nazione per certificare l’impegno promosso su ogni target di emissioni che si è prefissato.

Ma cosa succederebbe se le temperature aumentassero seguendo l’andamento attuale?

È attualmente disponibile una mappa del cambiamento climatico che fa il quadro globale sulla climate change a seconda del futuro aumento delle temperature. Ideata da Probable Futures, questa data visualization cerca di fare il punto sui possibili scenari relativi all’aumento del calore, alla diminuzione del freddo e sullo spostamento dell’umidità nelle diverse aree del pianeta.
Nella mappa, oltre alle stime del modello (leggibili cliccando sulle zone di propria scelta), è possibile trovare anche dei punti (in blu) contenenti dei racconti su come il riscaldamento globale stia cambiando la quotidianità delle popolazioni – di cui è consigliatissima la lettura.
Ciò che si evince dalla mappa è come l’aggravarsi delle condizioni climatiche impatterebbe maggiormente nei Sud del mondo, raggiungendo delle vette che renderebbero difficoltosa la vita – in tutte le sue forme. Questo implicherebbe un crescente divario tra le aree più ricche e quelle più povere del pianeta, con i relativi tentativi di emigrazione delle seconde verso le prime. Come si spiega? Con la sempre più accentuata impossibilità di effettuare le più svariate prestazioni di sussistenza produttiva nelle proprie zone autoctone.

 

Un altro futuro è possibile?
È evidente un tentativo da parte della maggior parte dei governi di assottigliare le peggiori casistiche finora elencate.
Per avere un quadro complessivo delle azioni promosse, si rimanda alla visualizzazione ideata da Strategic Intelligence () con numerose analisi di esperti sulle attività a contrasto della climate change – e svariate altre tematiche.


Ma tutto ciò è abbastanza?

Consideriamo i piani di decarbonizzazione e per contrastare la deforestazione – tra i primi ad essere stati discussi nella conferenza a Glasgow. Erano tuttavia assenti il leaders di Cina e Brasile, tra i maggiori responsabili di queste due macroaree tematiche.

Se non è presente, dunque, una linea condivisa a livello globale, la battaglia contro il disfacimento delle condizioni basilari, che permettono una vita dignitosa sul pianeta, non è già da intendersi perduta?

Riprendendo il Dr. Strangelove, l’auspicio più alto è che il capitalismo non finisca per fare come il comandante Kong, cavalcando la bomba che distrusse il mondo.

Per approfondire. 

La delusione di Greta, i miliardi di Carney e i numeri di State of Climate 2021

Cop26, le conseguenze economiche del riscaldamento globale. Cosa misura il Climate Risk Index 2021?

Cop26, temperature record in estate? Ecco come è andata negli ultimi cinque anni. Un grafico al giorno