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Carta, vetro, metalli, plastica e altro. La raccolta differenziata analizzata con i grafici

Il futuro non è più quello di una volta, scriveva Mark Strand. E di queste ambiguità ne è pieno anche il presente.
Mancano tremilacentosei giorni al primo gennaio del 2030. Una scadenza precisa di cui si è preso nota sulla famigerata agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. Un patto stipulato tra 193 paesi delle Nazioni Unite come piano d’azione per gli uomini, per le donne, per la loro prosperità e per la natura che li circonda. Una presa di coscienza forte, oculata, sana e sicuramente lungimirante. Ma – concretamente – quanto si sta facendo per il pianeta?

Poco, tendente al niente
Leggendo i diciassette obiettivi del Sustainable Development Goals (SDGs) si può parafrasare, senza neppure tanti slanci d’immaginazione, che la sfida globale passa per il locale. Un indirizzo sacrosanto, ma che riprendendo i dati sulle azioni promosse in Italia, non appare poi così scontato.
Il punto 11.6, ad esempio, specifica che: “Entro il 2030 – bisognerà – ridurre l’impatto ambientale negativo pro capite delle città, in particolare riguardo alla qualità dell’aria e alla gestione dei rifiuti” – le slides ufficiale sono qui.
Il che sarebbe perfetto, ma solo se i dati Istat riguardassero un altro pianeta. Questo perché l’istituto ha certificato che nella gestione del ciclo dei rifiuti, nessun capoluogo metropolitano raggiunge il target del 65% di raccolta differenziata previsto dalla normativa europea.
Non solo, i rifiuti non oggetto di raccolta differenziata sono spesso riconducibili a materie chiave per l’economia circolare. Ma quali sono i numeri delle città italiane?

Cifre insoddisfacenti
Sulla base dei dati ambientali Istat, per un totale di 108 capoluoghi di provincia e città metropolitane monitorate nel 2019, ben 98 non effettuavano la raccolta differenziata della carta, 89 non si impegnavano nei riguardi dei rifiuti etichettati come altro – come ad esempio il legno, gli stracci, i tetrapak – e 70 città erano prive di un piano per la rivalutazione della materia che più di tutte può essere rigenerata: il vetro.
Si specifica, tuttavia, che questo rapporto d’analisi ambientale è da ritenersi anche relativamente vecchiotto. Si parla di soli tre anni fa, ma molte cose sono obiettivamente cambiate rispetto alle rilevazioni. Cionondimeno è l’ultimo studio disponibile dell’istituto. Come tale è l’unico capace di chiarire (benché in un quadro retroattivo) la magnitudo ambientale delle città italiane.
Chiarito questo punto, andiamo a vedere le pagelle dei capoluoghi sulle attività di riciclo.

I capoluoghi virtuosi
Sono in tutto cinque le materie che vengono analizzate nel 2019 dall’Istat per la raccolta multimateriale: carta, vetro, metalli (in cui si include l’alluminio), plastica e altro – che come già definito comprende i tetrapak, i legni e gli stracci.
Sulla base di queste materie è possibile stillare una classifica del 2019. Sul podio, in ex aequo al primo posto, si spalleggiano Ravenna, Modena e Ferrara. Duque un primato assoluto per l’Emilia-Romagna in termini di virtuosismo ambientalista. Seguono al secondo posto altre città del centronord – unica eccezione per la capitale.
In basso alla classifica sono invece presenti i capoluoghi completamente privi di raccolta multimateriale. Andiamoli a vedere.

Le pagelle peggiori del 2019
Sembra impensabile, ma è successo. Nella rilevazione dell’Istat fatta nel 2019 erano persino presenti delle città non ancora – minimamente – attive per la raccolta multimateriale. Le città in questione erano: Bergamo, Cuneo, Enna, Fermo, Foggia, Trani, Vercelli, Ascoli Piceno e Udine. Un quadro che appariva totalmente anacronistico.
Si capisce che dal 2019 ad oggi sono cambiati molti dei dati presenti nel rapporto – che ricordiamo essere l’ultimo disponibile. Alcune delle città presenti nelle tavole come prive di attività di raccolta multimateriale, attualmente svolgono regolarmente dei servizi di riciclo. Ma questo non toglie che le nove città, insieme, contano quasi un milione di abitanti – da ultimi censimenti – e che quindi il disservizio ambientale avrà indubbiamente avuto il suo peso negli anni.
Insomma, i dati non fanno ben sperare e il tempo è tiranno. Tremilacentosei giorni per rispettare gli impegni presi come nazione. Ma c’è qualcosa che forse vede un tempo già scaduto per le istituzioni incapaci: la Terra. Un ecosistema da rispettare qui e ora.

Carta, vetro, metalli, plastica e altro. I campioni della raccolta differenziata fra la via Emilia e il West