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economia

Quali sono i Comuni dove si è costruito nonostante il rischio frane? La mappa

Negli ultimi cinquant’anni, secondo l’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), frane e inondazioni hanno causato 1.947 morti, 69 dispersi, circa 2.500 feriti e oltre 400mila sfollati. L’Italia è un paese in gran parte collinare o montano, e per questo le frane sono estremamente comuni. Delle circa 900mila frane censite nelle banche dati dei paesi europei, ricorda l’istituto nel suo ultimo rapporto in merito, quasi due terzi si sono verificate nel nostro paese.

Si tratta spesso di fenomeni “caratterizzati da velocità elevate, fino ad alcuni metri al secondo, e da elevata distruttività, spesso con gravi conseguenze in termini di perdita di vite umane, come ad esempio in Versilia (1996), a Sarno e Quindici (1998), in Piemonte e Valle d’Aosta (2000), in Val Canale (Friuli Venezia Giulia, 2003), a Messina (2009), a Borca di Cadore (2009), in Val di Vara, Cinque Terre e Lunigiana (2011), in Alta Val d’Isarco (2012) e a San Vito di Cadore (Belluno, 2015)“.

Com’è naturale i danni delle frane tendono a essere maggiori quando esse avvengono in luoghi densamente abitati. Eppure nonostante conosciamo ormai con una certa precisione dove è più probabile che esse avverranno, girando lungo l’Italia troviamo diversi comuni – grandi e piccoli – in cui il suolo è stato consumato nonostante il rischio franoso sia molto elevato.

Nella mappa che segue è possibile cercare il proprio comune e verificare, in base agli ultimi dati compilati dall’ISPRA e aggiornati al 2019, quanta parte del suolo è stato consumato nelle aree in cui il pericolo di gravi frane è maggiore.

Un’importante città del sud come Bari, per esempio, ha quasi il 40% del suolo consumato nelle aree dove il rischio di una frana è massimo, e a oltre il 10% ne troviamo parecchie altre come – in ordine crescente – Terni, Siracusa, Messina, Trieste, Livorno, Catania, Prato e Salerno. Queste sono soltanto le località con almeno 100mila abitanti: se invece consideriamo tutti i comuni ne troviamo diversi dove tutto o quasi il territorio a maggior rischio è stato edificato comunque.

Nel complesso, stima l’Ispra, il 20% del territorio nazionale è – con intensità diverse – a pericolo frana. Le aree dove questi eventi potrebbero provocare più danni (ovvero a rischio definito “molto elevato”) rappresentano il 3% del territorio, quelle a rischio “elevato” il 5,4%, mentre rischio “medio” e “moderato” rappresentano ciascuna il 4,6% del totale.

Un’altra area più piccola chiamata “di attenzione” si estende su un’area complessiva di circa 6.800 chilometri quadrati, e include “porzioni di territorio ove vi sono informazioni di possibili situazioni di dissesto a cui non è ancora stata associata alcuna classe di pericolosità”.

A un livello crescente di pericolo corrispondono vincoli urbanistici più stringenti. Nelle aree classificate come a pericolo molto elevato, per esempio, è possibile soltanto demolire senza ricostruire, intervenire per ridurre la vulnerabilità degli edifici esistenti (purché non si aumenti la superficie usata), compiere interventi di manutenzione; con qualche eccezione prevista in alcuni casi specifici, come per infrastrutture essenziali e che non possono essere realizzate altrove. I vincoli diventano via via meno severi, fino ad arrivare alle aree classificate come a pericolo moderato dove “è generalmente consentita ogni tipologia di intervento prevista dagli strumenti di pianificazione territoriale e urbanistica”.

L’Ispra ha stimato anche quanto è ampia la popolazione a rischio frane, trovando che sono un filo più di mezzo milione le persone che vivono in aree a pericolosità “molto elevata”. Sono invece circa 775mila quelle in aree a pericolosità elevata, 1,7 milioni in zone a pericolo medio e 2,2 milioni dove il pericolo è moderato. Considerate le due classi a maggiore pericolosità la popolazione a rischio ammonta a 1,3 milioni di abitanti, pari al 2,2% del totale.

Le regioni con valori più elevati di popolazione a rischio frane residente in aree a pericolosità elevata o molto elevata”, si legge, “sono Campania, Toscana, Emilia-Romagna e Liguria. Se si prende in considerazione la percentuale di tale popolazione a rischio rispetto alla popolazione residente regionale i valori più elevati si registrano in Valle D’Aosta, Molise, Liguria, Abruzzo e Basilicata”.

Oltre agli individui l’ISPRA ha censito anche le aziende, trovando che l’1,7% del totale (ovvero circa 83mila aziende) si trova in aree a rischio elevato o molto elevato. Le regioni in cui ne troviamo di più sono Campania, Toscana, Emilia-Romagna e Lazio, mentre “i valori più elevati di percentuale rispetto al totale regionale si registrano in Valle d’Aosta, Basilicata, Molise e Campania”.

Proprio in Campania troviamo alcune delle concentrazioni principali, fra cui in provincia di Salerno e Napoli dove le imprese a maggior rischio frana sono state stimate in oltre 6mila ognuna.