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finanza

Politica monetaria e Covid-19, i numeri del bazooka per l’Italia

Otmar Issing, il primo chief economist della nascente Banca centrale europea di Wim Duisenberg e Jean-Claude Trichet, qualche giorno fa, nel corso di un webinar organizzato dalla Banca per i regolamenti internazionali, lo ha detto con un tono rassegnato: riportare la politica monetaria sui binari della normalità sarà una sfida tremenda, dobbiamo mantenere l’indipendenza della Bce sopra ogni altra cosa. L’anziano economista di Wurzburg, classe 1936, quattro anni prima era stato anche più grave: “Un giorno questo castello di carta crollerà” aveva affermato, facendo notare che la banca deteneva già oltre 1.000 miliardi di euro di obbligazioni acquistate a rendimenti artificialmente bassi o negativi. Tre anni dopo, a fine 2019, le attività relative alle operazioni di politica monetaria rappresentavano il 70 per cento delle attività totali del bilancio dell’Eurosistema, il cui valore si era stabilizzato su 4.700 miliardi.

Poi è arrivato Covid-19. Solo il programma di acquisto di emergenza pandemico (PEPP) ha già triplicato la sua gittata in nove mesi: era partito con 600 miliardi in marzo, a giugno ne sono stati aggiunti altri 700 e il 10 dicembre il Consiglio direttivo ha aumentato la dotazione di altri 500 miliardi, per un totale di 1.850 miliardi di euro, con operazioni garantite fino a marzo 2022 e reinvestimenti fino a fine del 2023 del capitale in scadenza dei titoli acquistati. Come finirà e quando questa politica monetaria di emergenza nessuno oggi è in grado di immaginarlo. E forse per questo Issing si aggrappa all’ultimo baluardo dell’indipendenza della Bce.
Per l’Italia, che partecipa al capitale della Bce con una quota del 17%, l’ennesimo bazooka arriva ora a 314,5 miliardi, quasi il doppio del fabbisogno netto da finanziare previsto per l’anno venturo. Gli acquisti di titoli italiani è stato ingente: 118,1 miliardi finora, di cui 23 nel solo mese di novembre. E all’inizio del programma PEPP, quando lo spread BtP-Bund viaggiava oltre i 280 punti base, questi acquisti sono stati anche più intensi, in nome di una flessibilità decisa per intervenire con più forza (è oltre la chiave di capitale) nei Paesi più colpiti dall’epidemia.

Attualmente davanti all’Italia per “comprato” c’è solo la Germania, con 160,6 miliardi, la Francia ci segue con 111,8 nonostante i mega-acquisti del mese scorso (27,5 miliardi), la Spagna si ferma a 77,1. Quando madame Lagarde ha annunciato il rinforzo di altre 500 miliardi il PEPP era già arrivato a bruciare 651,8 miliardi di acquisti complessivi, più di un terzo del nuovo target che verrà raggiunto nei prossimi 15 mesi, se non ci saranno cambi di programma.
Il bilancio della Banca d’Italia segue lo stesso destino di quello della Bce, come succede del resto per le altre banche centrali dell’Eurosistema. A fine 2019 l’attivo era arrivato a 960 miliardi, per oltre il 60% per operazioni di politica monetaria, nel 2015 il totale delle attività non arrivava a 600 miliardi. A fine settembre (ultimo dato utile) Via Nazionale deteneva 525 miliardi di titoli pubblici, il 24,1% del totale dei titoli di debito pubblico, cinque anni prima aveva in bilancio solo 145 miliardi tra BoT e BtP. Un cambiamento enorme. Basti pensare, per fare un raffronto, che tutte le banche italiane, nel loro insieme, avevano in bilancio 400 miliardi di titoli di debito nazionale nel settembre del 2015, e 440 miliardi cinque anni dopo. L’impronta del Covid-19 si vede anche qui ma arriva dopo lungi anni di politica monetaria straordinaria. Come ha detto Issing, sarà una sfida tremenda anche per Bankitalia tornare alla normalità: l’anno prossimo, a febbraio, quando si celebreranno i quarant’anni del “Divorzio” tra via Nazionale e il Tesoro ci sarà di cui meditare, su questi numeri e sul senso di quell’indipendenza della banca centrale, diventato probabilmente un valore ancor più irrinunciabile che in passato.