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cronaca

Quanto è diffusa la violenza della polizia negli Stati Uniti? In sette anni sono morte 7.663 persone

Quanto è diffusa la violenza della polizia negli Stati Uniti? A una domanda così ampia non può che esserci una risposta altrettanto complessa, e in aggiunta resa ancora più difficile dalla mancanza di dati esatti. Non esiste infatti un database comprensivo federale che censisce gli omicidi causati dalle forze dell’ordine, e a cercare di fare il punto sono piuttosto una serie di iniziative portate avanti da soggetti privati come i progetti Fatal EncountersMapping Police Violence, o Fatal Force compilato dai giornalisti del Washington Post.

Il secondo, in particolare, mette a disposizione liberamente i propri dati che riepilogano quante persone sono state uccise da agenti di polizia dal 2013 al 2019, e che possiamo usare per farci un’idea di massima. Nel complesso, mostrano i risultati dell’archivio, in sette anni la polizia americana ha ucciso 7.663 persone, ovvero in media 1.100 l’anno e circa 0,34 ogni 100mila abitanti.

Si tratta soltanto di una parte dei 15mila e più omicidi commessi  ogni anno negli Stati Uniti, ma comunque significativa considerando che i poliziotti rappresentano una fetta molto piccola della popolazione. Per fare un confronto con l’Italia, secondo http://dati.istat.it/index.aspx?queryid=3846# Istat gli omicidi volontari consumati dal 2013 al 2018 sono stati in media 0,7 ogni 100mila abitanti. Vuol dire che, in rapporto alle rispettive popolazioni, i soli omicidi compiuti da poliziotti negli Stati Uniti nel nostro paese peserebbero praticamente come metà di tutti gli omicidi volontari. Non c’è modo di sapere quanti di essi siano stati commessi di proposito, e quanti invece involontariamente dalle forze dell’ordine americane, per cui è probabile che il rapporto reale sia in effetti un po’ minore di così. Ma già che sia possibile fare questo paragone e trovare ordini di grandezza simili rende forse la scala della questione.

 Un articolo su Fivethitrtyeight ha cercato di capire come si è evoluto il problema negli ultimi anni, trovando che anche dopo le grandi proteste che fecero seguito all’omicidio di Micheal Brown a Ferguson (Missouri) nel 2014 quanto a numero di morti causate dalla polizia non sembra essere cambiato molto.

Eppure secondo l’analisi del sito di data journalism a essersi evoluta è la geografia degli omicidi, che sono diminuiti in maniera significativa nelle grandi città ma cresciuti in egual misura nelle aree suburbane e rurali. Il primo miglioramento, è l’ipotesi, si deve a una serie di riforme relativo all’uso della forza da parte della polizia implementate nei centri principali in seguito ad alcuni casi che avevano raggiunto rilevanza nazionale. “Sembra che soluzioni in grado di ridurre le uccisioni da parte della polizia esistano”, sottolinea l’autore, “il problema è semmai se un’area ha la volontà politica di metterle in pratica”.

Prendendo come riferimento le trenta città più popolose degli Stati Uniti, per esempio, troviamo che dal 2013 al 2019 le forze di polizia hanno ucciso il 30% in meno di persone secondo i dati del progetto Mapping Police Violence. I giornalisti del Washington Post hanno compilato informazioni per un periodo leggermente diverso, ma trovando comunque un calo del 17% dal 2015 al 2019. E anche un’analisi realizzata dallo stesso autore dell’articolo, Samuel Sinyangwe, ha trovato un calo del 37% in 23 delle 30 grandi città – tutte quelle per cui è stato possibile reperire numeri.

Ma tutti questi miglioramenti sono stati cancellati da quanto è accaduto nelle zone suburbane e rurali, dove invece la violenza della polizia è risultata in netto aumento. Il risultato finale è che, negli ultimi anni, il numero complessivo di cittadini uccisi dalle forze dell’ordine americane resta grosso modo sempre identico.

Si tratta di un cambiamento che, sottolinea ancora l’articolo, rispecchia un trend più generale dell’intero sistema di giustizia americano. Da un lato infatti le persone incarcerate risultano in calo all’interno delle aree urbano, dall’altro invece sono aumentate a un ritmo simile in quelle rurali. Lo stesso vale per gli arresti, che di nuovo calano nelle prime aree per crescere nelle seconde. E quando si verificano meno arresti cala drasticamente anche la probabilità di un esito violento dell’azione, come risulta da alcune ricerche  condotte in proposito.

Alcune analisi hanno attribuito i miglioramenti a una minore severità nel trattare reati come il possesso di marijuana o la prostituzione, ma anche altre riforme dal lato delle stesse forze delle ordine sembrano aver avuto il loro peso. Gli omicidi compiuti dalla polizia in città come Philadelphia, San Francisco o Baltimora sono calati dopo che tali dipartimenti hanno cominciato a seguire una serie di raccomandazioni del Department of Justice, mentre a Chicago una riduzione della violenza ha fatto seguito a politiche più restrittive nell’uso della forza e un nuovo sistema per far sì che gli agenti siano più responsabili delle loro azioni. Situazioni simili si sono verificate anche in altre importanti città come Denver (Colorado), Phoenix (Arizona) o Dallas (Texas), in diverse delle quali in seguito a proteste avvenute dopo omicidi in circostanze simili a quelle che hanno provocato la morte di George Floyd a Minneapolis, lunedì 25 maggio scorso.

Allo stesso tempo la crescente polarizzazione politica negli Stati Uniti non gioca sempre a favore di queste riforme, con le aree urbane dove spesso a essere più popolari sono i democratici mentre in quelle rurali tendono a prevalere i repubblicani di Trump.

 Come sottolinea ancora il progetto Mapping Police Violence, non solo si tratta di un tipo di violenza ben diffusa ma ha spesso anche specifiche connotazioni etniche. Gli afroamericani rappresentano il 24% delle vittime di questo genere di omicidi, benché costituiscano appena il 13% della popolazione.

In tutto il 2019, d’altra parte, ci sono stati soltanto 27 giorni in cui la polizia non ha ucciso nessuno nell’intero paese. I numeri compilati dal progetto hanno trovato anche otto grandi città in cui la polizia ha ucciso afroamericani più di frequente rispetto al tasso di omicidi complessivo degli Stati Uniti. Se nel 2018 in America c’erano stati otto omicidi ogni 100mila abitanti (contro gli 0,5 italiani), a Reno, nel Nevada, il solo tasso di uccisioni di afroamericani da parte delle forze dell’ordine è arrivato a 12. E appunto non è l’unico caso, con altre località come Oklahoma City, Santa Ana o St. Louis dove ha raggiunto comunque il valore di 7-8.

La violenza da parte della polizia non sembra neppure riflettere il livello di criminalità presente in diverse zone. Mettendo a confronto il numero di omicidi in capo alle forze delle ordine con quello dei crimini violenti non emerge una correlazione particolare: troviamo talvolta città non particolarmente colpite dal crimine ma con molti omicidi compiuti dalla polizia, o viceversa. A questo si aggiunge che il 99% degli omicidi compiuti nei sette anni analizzati dal progetto non ha portato all’incriminazione degli agenti coinvolti. Quelli effettivamente condannati sono stati soltanto una piccolissima parte del totale.

Ma come anticipato alcuni soluzioni al problema sembrano esistere. Richiedere che gli agenti facciano ricorso alle armi da fuoco soltanto come ultima possibilità, stando ad alcune analisi, potrebbe ridurre in maniera significativa gli omicidi, e lo stesso vale per la necessità di rendicontare ogni caso in cui è stato necessario ricorrere all’uso della forza. Anche il modo in cui l’agente ha ucciso George Floyd – imprigionandone il collo con il ginocchio – viene contestato, tanto che vietando tecniche simili si stima che anche il numero complessivo di vittime verrebbe ridotto.