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cronaca

Come sta andando l’epidemia del coronavirus in Piemonte? Ecco quali indicatori vanno monitorati

Per capire come sta andando l’epidemia di COVID-19 in Piemonte l’indicatore più affidabile da tenere sott’occhio è con tutta probabilità quello del numero di decessi. La cosa davvero importante durante un’epidemia di questo genere è fermarne – o se è impossibile quanto meno rallentarne – il progresso. Il virus altrimenti rischia di espandersi da un contagiato a tanti altri, e da questi ad altri ancora e così via in maniera esponenziale e sempre più rapida. Caso nel quale gli ospedali si trovano ad affrontare un numero enorme di pazienti che è impossibile trattare tutti insieme, e così la mortalità esplode come sta succedendo  in Lombardia.

Questa è la ragione per cui, più che guardare ai singoli numeri di un giorno o dell’altro, è importante cercare di capire qual è la velocità generale a cui l’epidemia si sta espandendo o – se siamo fortunati – contraendo.

Secondo i dati della Protezione Civile, aggiornati al 26 marzo, quanto a decessi il Piemonte sta  al momento grosso modo la stessa traiettoria dell’Emilia-Romagna, soltanto con una settimana di ritardo. Questo però non significa in alcun modo che il percorso futuro delle due regioni sarà identico perché fra il contagio, l’arrivo dei primi sintomi, un eventuale ricovero e la morte passano parecchi giorni. Nel frattempo sono arrivate alcune misure di distanziamento sociale, che nelle intenzioni dovrebbero ridurre in maniera significativa i nuovi contagi – anche se al momento resta ancora difficile stimare la portata dei loro effetti.

Il Piemonte è comunque la terza regione d’Italia per numero di morti dopo Lombardia e appunto Emilia-Romagna, per quanto vada considerato un errore nei dati comunicati dalla Protezione Civile il 26 marzo e in conflitto con quelli resi noti dalla regione Piemonte che mostravano circa 50 in più. Per questa ragione il valore è stato escluso dal grafico che segue, in attesa di informazioni corrette e più aggiornate.

Altri indicatori che è possibile analizzare riguardano il numero di ricoverati con sintomi, dei ricoverati più gravi in terapia intensiva, oppure le persone in isolamento.

Nel 2018 secondo i dati del ministero della salute il Piemonte aveva in tutto 317 posti letto in terapia intensiva, che rappresentano una delle risorse più critiche in questa emergenza dato l’elevato di pazienti che ne hanno bisogno per sopravvivere. Dall’inizio della crisi la disponibilità di questi posti è stata aumentata di 173 unità, secondo quanto riporta il sito della regione. Questo significa che già oggi essi sono quasi interamente occupati da pazienti affetti da COVID-19, anche se naturalmente la terapia intensiva è fondamentale per tante altre persone che hanno bisogno di cure urgenti, come per esempio chi è stato sottoposto ad alcune operazioni chirurgiche non rimandabili. Tanto più sale la pressione verso questi reparti – o in generale verso il sistema sanitario regionale – tanto più difficile diventa curare in maniera adeguata non soltanto chi viene colpito dall’epidemia ma anche tutti i pazienti di altro tipo che certamente nel frattempo non hanno smesso di ammalarsi.

I bollettini della regione sono, per quanto è stato possibile reperire, le uniche pubblicazioni più dettagliate che è possibile trovare in regione. A differenza che in altre aree come Emilia-Romagna  o Veneto  qui non troviamo resoconti dettagliati ospedale per ospedale per cui le informazioni sono necessariamente di natura più qualitativa. Da tali bollettini per esempio – informazioni del 27 marzo – scopriamo che è in corso del lavoro per espandere la capacità del sistema sanitario, sia quanto a mezzi che personale, ma che nonostante i posti letto in terapia intensiva siano aumentati anche il presidente della regione Cirio conferma che “stiamo arrivando al livello di saturazione della terapia intensiva” e “se questa curva non si abbassa rischiamo davvero di non farcela”.

Risulta poi in corso di potenziamento, sempre secondo quanto riporta la regione nella stessa data, la rete di laboratori che effettuano gli esami sui tamponi. A partire dalla settimana che comincia lunedì 30 marzo dovrebbe essere possibile arrivare a fare fino a 4mila tamponi al giorno, “arrivando ai livelli del Veneto che è la regione che in questo momento ne fa di più”.

È certamente vero che dal punto di vista dei test il Piemonte ha bisogno di fare molto di più, soprattutto nel momento in cui l’epidemia continua ancora ad allargarsi e anche in previsione del futuro, quando sarà necessario tracciare e separare i nuovi contagiati dai sani. Finora in regione sono stati effettuati in tutto 18mila tamponi contro i quasi 80mila del Veneto dove oltre tutto l’epidemia è ben meno diffusa. O per dirla in un altro modo, il rapporto fra tamponi e morti arriva a un valore di 40 in Piemonte, di 278 in Veneto e crolla a 18 in Lombardia – misura che dà un’idea di quanti pochi test sono stati condotti talvolta rispetto alla scala che ha ormai raggiunto l’epidemia.

Questo comunque non equivale a dire che in Piemonte ci sono state 18mila persone sottoposte al test, perché le due cose non per forza corrispondono: a un individuo può essere stato fatto più di un tampone per i motivi più diversi.

Il numero di tamponi e la capacità di fare test sono anche la limitazione principale di una misura come il numero di casi per cercare di capire qual è la dimensione reale dell’epidemia. Le aree che ne hanno fatti di più possono apparire come quelle con il maggior numero di casi, mentre dove apparecchiature e materiali per condurli mancano l’epidemia risulterebbe minuscola – cosa ovviamente assurda. Questa è la ragione per cui il semplice numero di casi o la loro crescita non è allo stato attuale l’indicatore da seguire per farsi un’idea di come stanno andando le cose: ogni area in questo senso viaggia un po’ per conto suo.

Chiarito questo, comunque almeno qualche informazioni utile e più dettagliata può essere trovata analizzando i casi – come quelle che arrivano dalle analisi condotte dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS), che pubblica alcuni bollettini  dettagliati per tutte le regioni italiane, Piemonte incluso. Dall’ultimo di essi apprendiamo che al 26 marzo le infezioni diagnosticate dai laboratori di riferimento regionale sono state 5.111, con un’età mediana di 63 anni.

Per la precisione, abbiamo intanto un certo numero (per quanto piccolo) di bambini fino a 9 anni, che contano per lo 0,5% dei casi noti totali, mentre per le classi di età successiva la divisione è questa: 10-19enni allo 0,3%, 20-29enni al 3,7%, 30-39enni al 6,2%, 40-49enni al 12,7%, 50-59enni al 20,2%, 60-69enni al 17,9%, 70-79enni al 19,5%, 80-89enni al 15,7% e infine gli ultra-novantenni che hanno costituito il 3,2% dei casi noti.

Gli operatori sanitari contagiati sono stati 21. La fotografia dell’ISS è insieme più precisa ma nel complesso un po’ meno recente perché non include ancora proprio tutte le persone trovate positive al virus. Da un punto di vista geografico, quasi metà di tutti i casi censiti sono a Torino, con 2.366 malati, seguita da Alessandria con 854, Novara con 450 e tutte le altre fra 200 e 300 casi.

L’Istituto Superiore di Sanità è l’unico ente che al momento rende note nei propri bollettini informazioni con dettaglio comunale, incluse alcune caratteristiche dei pazienti di fondamentale importanza per le analisi epidemiologiche come l’età dei morti e l’eventuale presenza di altre malattie precedenti. Tuttavia queste informazioni non vengono pubblicate in forma aperta o disaggregata, il che rende impossibile da parte di esperti, cittadini e giornalisti, usarle per approfondire lo stato della situazione.

Per questo abbiamo presentato ormai diversi giorni fa una richiesta FOIA formale di accesso agli atti all’istituto, così da poter “liberare” questi dati a beneficio di chi voglia lavorarci. Nonostante alcuni solleciti, tuttavia, al momento non è stata ricevuta alcuna risposta, neppure per accusare ricevuta della richiesta effettuata.