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finanza

Ecco perché chi dice che i fondi pensione rendono meno del Tfr dice una bugia. La simulazione

La pensione pubblica cresce al ritmo del Pil e quella di scorta con una capitalizzazione ritmata dai mercati. Il Tfr, residuato bellico rimasto in vita solo nei codici italiani, viene invece rivalutato a un tasso fisso del 1,5% e una quota variabile pari allo 0,75% dell’inflazione. Che risultati hanno dato, per esempio negli ultimi undici anni, queste tre tipologie di capitalizzazione? Abbiamo fatto un calcolo semplice prendendo 100 euro investiti l’ultimo giorno del 2007 sui tre canali per verificare quanto hanno reso alla fine del 2019. Il primo pilastro, quello obbligatorio della pensione Inps, ha prodotto un +18% in termini cumulati, il secondo pilastro investito in un fondo pensione negoziale ha reso il 45% e il Tfr il 27%. 
Il calcolo e le condizioni
Il calcolo, che offriamo in tabella, è stato costruito sulla base dei tassi di capitalizzazione Istat e dei tassi calcolati dalla Covip sui rendimenti medi dei fondi pensione negoziali. La rivalutazione del Tfr, conteggiata con i criteri di legge, è stata pure tratta dalle relazioni Covip degli anni in questione. Negli ultimi undici anni l’economia nazionale è stata colpita da una doppia recessione ma gli effetti del tasso di capitalizzazione negativo sul primo pilastro sono stati sterilizzati con un decreto adottato nel 2015, di cui si è pure tenuto conto. A qualcuno può sembrare strumentale parlare di “investimento” nel primo pilastro, vale a dire la pensione obbligatoria dell’Inps o delle Casse dei professionisti e per fare un ragionamento a parità di rischio si dovrebbe invece considerare solo la linea “garantita delle pensioni complementari. Inoltre vale ricordare che dal pensionamento in poi, il primo pilastro non garantirà più (sul montante residuo) la crescita del Pil. Infatti, l’indicizzazione sarà ai prezzi e dipendente  dall’importo della pensione. Mentre l’indicizzazione del secondo pilastro garantisce il rendimento finanziario. In pratica, il confronto fra i due pilastri, se proseguito oltre il pensionamento, sarebbe ancor più favorevole al secondo. Ma anche tenendo conto di questi fattori non secondari, che lezioni si possono trarre dai nostri numeri?  
Quali lezioni?
La prima, più evidente, è che il Tfr ha reso molto meno dei fondi negoziali. Attenzione: la media dei rendimenti dei fondi tratta dalle statistiche Covip tiene conto delle scelte di comparto: garantito, bilanciato, dinamico. Se si guardassero i soli rendimenti di quest’ultimo comparto il distacco dal Tfr è ancora più forte. Mentre chi ha scelto di mantenersi sul comparto garantito ha abbassato la media in questi anni caratterizzati da tassi appiattiti sullo zero-lower-bound.  Seconda lezione: il primo pilastro pubblico non può, da solo, garantire una pensione adeguata. Dunque è bene riflettere fin dal primo contratto di lavoro su come investire qualche risparmio in previdenza complementare. Magari, appunto, a partire dal Tfr, il cui mantenimento non si rivela certo una grande scelta.
Le “riforme” verranno?
Non sappiamo se dopo la crisi del coronavirus si riavvieranno i tavoli di confronto sulle pensioni e non sappiamo se quest’anno o l’anno venturo ci sarà, o meno, una nuova fase di “silenzio-assenso” per sospingere nuove adesioni ai fondi pensione. I numeri che offriamo come base di riflessione, invece, sono una certezza. E danno spazi a considerazioni utili per le scelte dei singoli lavoratori e per i policy maker. Scorrendo quelle cifre, per fare un altro esempio, viene da riflettere riguardo alle tentazioni autarchiche di chi vorrebbe vedere maggiori investimenti dei fondi in economia reale nazionale. Il rendimento che offre il nostro Pil sul primo pilastro è nota e qui vediamo com’è andata negli ultimi undici anni di bassa crescita (+18%) mentre i fondi che investono soprattutto sul mercato mondo, differenziando il rischio, hanno garantito il giusto bilanciamento complementare. Bene investire qualcosa in Italia che non sia solo debito pubblico, insomma, ma con molta attenzione. Ultima considerazione: qui non si considera il cosiddetto terzo pilastro, fatto dai fondi aperti o i Pip. Settore che, insieme a quello dei fondi negoziali, dovrà fronteggiare l’anno ventura la sfida del Pepp, i prodotti pensionistici europei individuali, il cui Regolamento è stato emanato nel giugno scorso. C’è un’asimmetria fiscale che avvantaggia questa nuova offerta che deve essere ridotta subito. Ma questo, come si dice, è un compito del governo.