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cronaca

Ecco perché i dottorandi non sono felici (non solo in Italia)

La salute mentale dei dottorandi necessita urgentemente di maggiore attenzione”. Così titola l’ultimo editoriale di Nature  , raccontando i risultati di un sondaggio condotto su 6.300 studenti di dottorato di tutto il mondo, proseguendo in maniera altrettanto netta: “l‘ansia e la depressione negli studenti di dottorato sta peggiorando. La salute della prossima generazione di ricercatori ha bisogno di un cambiamento sistematico nel modo di fare ricerca”. Il 75% dei dottorandi intervistati si dice generalmente soddisfatto della propria esperienza di ricerca, ma uno su tre (il 36%) ha cercato aiuto per combattere ansia o depressione durante il proprio percorso. Due anni fa lo stesso sondaggio aveva rilevato che il 78% degli intervistati era soddisfatto della propria attività. Non a caso lo scorso maggio a Brighton si è tenuta la prima conferenza internazionale dedicata alla salute mentale e al benessere dei ricercatori all’inizio della loro carriera.

La domanda che sorge spontanea è perché i PhD sono in ansia. Chi ha almeno un amico o un parente che lavora in accademia lo può facilmente intuire: la dinamica fagocitante del publish or perish, legata alla mobilità imposta (quasi il 40% degli intervistati studia fuori dal proprio paese di origine), che ci si sente in dovere di accettare di buon grado, con il sorriso, ma che nasconde un forte senso di precarietà per persone che sanno di non avere più vent’anni, e spesso nemmeno trenta.

Il successo della carriera è il risultato di una serie di misurazioni che includono pubblicazioni, citazioni, finanziamenti, contributi a conferenze e se la propria attività di ricerca ha un impatto positivo sulle persone, sull’economia o sull’ambiente. Un altro problema importante – scrive Nature – è lo specchietto per le allodole rappresentato dall’idea di essere davvero liberi nella propria attività di ricerca accademica. “Possono sorgere problemi quando l’autonomia in tali questioni viene ridotta o viene addirittura meno, il che è ciò che accade quando gli obiettivi di finanziamento, impatto e pubblicazioni diventano parte dei sistemi di monitoraggio e valutazione formali delle università”. Le aspettative non soddisfatte possono essere una fonte importante di insoddisfazione e delusione. Quasi il 40% degli intervistati ha dichiarato che il dottorato non ha soddisfatto le loro aspettative originali e solo il 10% ha dichiarato che gli anni trascorsi hanno superato le loro aspettative, un netto calo rispetto al 2017, quando questi ultimi erano il 23% degli intervistati.

Solo il 26% dei rispondenti ritiene che il loro programma li stia preparando “molto bene” per una carriera soddisfacente e uno su tre pensa che il loro dottorato di ricerca non migliorerà in modo sostanziale le loro prospettive di lavoro.

Poi c’è la vita nel suo complesso, al di là della professione. Quando è stato chiesto di classificare le loro preoccupazioni principali, l’incertezza sulle prospettive di vita e sulla difficoltà di mantenere un equilibrio tra lavoro e vita privata, si sono palesati altri fattori: quasi il 40% degli intervistati ha dichiarato di non essere soddisfatto del proprio equilibrio tra lavoro e vita privata; il 76% dei PhD lavora più di 41 ore settimanali, cioè più di 8 ore al giorno, il 25% anche più di 12 ore. La metà delle persone intervistate ha raccontato che la “cultura” della propria università spinge a lavorare più del pattuito, spesso anche durante la notte. E non sempre il luogo di lavoro è sereno. Un quinto dei PhD ha dichiarato di aver subito molestie o discriminazioni personali e la stessa percentuale ha riferito di aver subito bullismo: il 25% delle donne e il 16% degli uomini. Eppure, circa un terzo di loro racconta che l’ateneo offre un adeguato supporto psicologico personale, e solo il 28% dei giovani ritiene che il proprio supervisore sia davvero consapevole di questo problema.

Il risultato è che oggi solo il 56% degli intervistati ha affermato che il mondo accademico è la prima scelta per una carriera, mentre poco meno del 30% ha scelto l’industria e uno su sei ha indicato di preferire un futuro in organizzazioni governative, mediche o non profit.

Pensiamoci.

Ultimi commenti
  • Valeria Sayaka |

    Vorrei guardare al grafico per le discriminazioni, come se fossi capace di entrare nella mente di chi fa mobbing e capire perché lo fa. Io mi sento discriminata come Atea e come persona, quando sono donne a molestarti,usando il tuo carattereamsueto contro di te perché anche l’ accademia ha permesso che gesti incivili fossero sinonimo di forza e personalitá, come li chiamiamo? Vorrei togliermi questa curiositá perché come si riporta la semplice maleducazione del prossimo, anche quando sei atea, bianca e eterosessuale?

  • Bus Palermo Aeroporto San Vito lo Capo |

    Articolo molto interessante

  • Giuseppe Congiu |

    Hanno scoperto l’acqua calda.

  • Long time no see |

    Mi pare che le problematiche evidenziate siano in linea con quelle sofferte da altre categorie di precari. La dott.ssa Rizzi, phd candidate, sottolinea nel suo intervento che un elemento di frustrazione sia la bassa retribuzione percepita ed anche questo mi pare ragionevole nonché condiviso da altri lavoratori che dopo aver conseguito un alta formazione ed aver accumulato un ingente capitale umano si trovano a percepire retribuzioni irrisorie. Nel caso dei dottorandi, tuttavia, si tratta di una condizione passeggera in quanto destinata a terminare con l’entrata nel mondo del lavoro (specialmente in quel ventre di vacca che sono le organizzazioni internazionali). Purtroppo, bisogna accettare che il mondo odierno è fatto di precarietà in cui solo pochi riusciranno ad ottenere una condizione lavorativa stabile e altamente remunerativo (tenured professorship o organizzazioni internazionali).

  • Giulia |

    L’articolo mi sembra interessante e fin troppo “ottimista”. Non tutti i dottorandi sono “uguali”: il meccanismo con-borsa/senza borsa avvia una classificazione aprioristica e molto difficilmente consente ai “non eletti” una seconda chance, nemmeno quando il loro lavoro (spesso occultato dietro pubblicazioni “collettive”) è qualificato e quantitativamente importante. Se sei fortunato, ti spremono come factotum fino al terzo anno. Poi: se hai visto/capito troppo del meccanismo, l’ultimo semestre del terzo anno inizia il mobbing (a vari livelli) per farti rinunciare alla conclusione del percorso (una bella ricerca sui dottorandi che non hanno concluso il percorso di studio, ad esempio, sarebbe interessante). E se nonostante tutto “resisti” e ti addottori, ti aspetteranno un sacco di umiliazioni in sede di partecipazione ai concorsi banditi dal mondo accademico : dal bonario “Sei troppo brava, ma per questo profilo cercavamo una persona meno esperta per poterla formare noi”, durante i primi colloqui, al “Ma perché hai fatto domanda per questa borsa?” prima di entrare al colloquio (e credetemi che restate così basiti da non poter rispondere “Perché ho i requisiti e il concorso è pubblico”)… al farti fare il colloquio come niente fosse, ma non mettendolo a verbale e scoprendo che il tuo nome non c’è quando pubblicano la graduatoria. Non credo occorra dire altro…

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