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economia

L’ascensore sociale si è rotto ma non per chi vive al Nord

I redditi in Italia – soprattutto quelli dei più ricchi e dei più poveri – sono in un certo senso come una colla: tendono a restare attaccati fra genitori e figli. Proprio nelle famiglie più e meno in difficoltà, mostra uno studio  condotto dai ricercatori Paolo Acciari, Alberto Polo e Giovanni Violante, allontanarsi dalla posizione in cui si è nati diventa tutto sommato raro. In altri termini, la mobilità sociale tende a essere minore per chi sta meglio e per chi sta peggio.

Analizzando le dichiarazioni dei redditi di due generazioni di italiani gli autori sono riusciti a collegare la situazione economica di genitori nel 1998 e figli nel 2012, così da capire come si è evoluta nel tempo la loro condizione.

Il risultato è che appena il 4% delle persone sono nate nel 10% più povero dei redditi per poi finire nel 10% più ricco. Proprio la fetta più ricca della popolazione, in effetti, ha mantenuto il proprio vantaggio: per fare un confronto, le persone nate nelle famiglie più ricche sono rimaste tali il 25% delle volte.

Un reddito individuale che consente di arrivare al 10% meglio messo degli italiani, mostrano contribuenti le stime pubblicate su irpef.info per il 2017, significa dichiarare oggi grosso modo almeno 38mila euro annui.

Una mobilità sociale al livello registrato dallo studio implica che, dati due ragazzi nati rispettivamente nel 10% più ricco e più povero della popolazione, da adulti il primo avrà in media un reddito maggiore di circa 8mila euro l’anno.

La mobilità sociale, sottolineano i ricercatori, è risultata maggiore per figli maschi, primogeniti, figli di liberi professionisti, e ragazzi emigrati altrove in Italia da adulti. “I dati mostrano ampie variazioni nei risultati dei ragazzi”, si legge nello studio, spiegata in parte dal luogo in cui sono cresciuti. “Province del nord Italia, l’area più ricca del paese, hanno espresso una mobilità verso l’alto 3-4 volte superiore rispetto a quelle del sud”.

Più in generale, la mobilità appare significativa (verso l’alto o verso il basso) per colori che invece non sono lontani dalla classe media.

 

Ci sono diversi modi per misurare quanto spostamento verso l’alto c’è stato, da parte dei ragazzi nati in condizioni più svantaggiate. Uno dei più intuitivi è forse trovare quant’è probabile che una persona con genitori che si trovano nel 20% inferiore dei redditi riesca ad arrivare invece nel 20% più ricco.

Qui spicca il caso di Bolzano, area dove poco del 40% dei ragazzi ha avuto questa occasione. Si tratta però di un’eccezione, e benché i valori più elevati siano comunque al nord già nel caso successivo – a Lecco – scendiamo al 27% circa.

Appena il 4% dei nati nella provincia di Oristano, in Sardegna, ha invece goduto della stessa possibilità. Ma ben più di frequente al sud i nati poveri sono rimasti tali, e viceversa.

Gli autori hanno anche cercato di capire da cosa dipende questa variabilità, trovando che essa è correlata con le condizioni locali del mercato del lavoro, il capitale sociale e alcuni indicatori della qualità delle scuole (ma non con la presenza di criminalità).

 

Da un punto di vista internazionale, sottolineano i ricercatori, la mobilità intergenerazionale in Italia appare “maggiore che negli Stati Uniti ma minore che in alcune nazioni del nord Europa”. Tuttavia la differenza proprio con gli Stati Uniti si attenua usando misure che tengono in conto le rispettive differenze nel livello generale di disuguaglianza.

Per esempio se vogliamo sapere qual è la probabilità che il reddito dei figli sia almeno il 50% maggiore rispetto a quello dei genitori, troviamo che essa è maggiore in Italia per le famiglie più povere in assoluto. I risultati della classe media – e in effetti a partire dal terzo decile dei redditi, dunque dal 30% più povero della popolazione – sono però migliori negli Stati Uniti, paese in cui da questo livello in avanti le opportunità diventano migliori.