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politica

Elezioni 2019: come stanno cambiando i “colori” dell’Europa?

Alle prossime elezioni europee manca ancora qualche mese – ci saranno a maggio prossimo – ma data la posta in palio non è mai troppo presto per cercare di capire quali saranno i possibili scenari politici.

Rispetto al giro precedente, nel 2014, le rilevazioni attuali prevedono un declino di entrambi i maggiori gruppi politici esistenti – il centro-destra del partito popolare europeo e il centro-sinistra dei socialisti –, compensata da una crescita delle famiglie politiche più piccole tra cui nazionalisti, populisti ed euroscettici.

Poiché non esistono sondaggi condotti a livello europeo, per farci un’idea possiamo ricorrere al modello pubblicato dal sito pollofpolls.eu, che aggrega rilevazioni nazionali e ne proietta i risultati a formare quello che potrebbe diventare il nuovo parlamento europeo.

Sia popolari che socialisti appaiono in declino, ma in grande difficoltà sono soprattutto questi ultimi che passerebbero a occupare da poco più del 25% dei seggi a meno del 20. I liberaldemocratici diventano ora terzo gruppo, ma in leggera ascesa rispetto al risultato del 2014. Una crescita che benefica anche la sinistra più radicale, con risultati che nel complesso sarebbero molto vicini a quelli della destra nazionalista – famiglia politica di cui in Europa fa parte la Lega.

Anche in questo modo, tuttavia, l’ipotesi di riproporre al parlamento europeo una coalizione simile a quella del governo italiano sembra del tutto irrealistica: anche sommati, i due gruppi non arriverebbero oggi neppure a un terzo dei seggi necessari per una maggioranza.

 

Si tratta di un’evoluzione politica in cui incidono fattori diversi: intanto di un generale declino della sinistra, il cui consenso presso gli elettori appare in calo ormai  da diversi anni a questa parte. L’ultimo grande successo per questa famiglia politica continentale era arrivato nel 2014 con il 41% del Partito Democratico – risultato che aveva consentito di spedire in Europa una nutrita pattuglia. Quattro anni dopo però il consenso del PD si è vaporizzato e non c’è motivo per pensare che esso avrà dei numeri anche solo lontanamente simili, con ripercussioni per l’intera pattuglia di socialisti europei.

Questa famiglia si rimpicciolisce anche per l’uscita del Regno Unito dall’unione europea. I laburisti britannici erano stati nel 2014 il terzo contingente per ampiezza, ma dopo la Brexit naturalmente non avranno più posto al parlamento europeo. I conservatori, d’altronde, non facevano parte del partito popolare ma di un altro gruppo politico – i “conservatori e riformisti”  – e dunque la loro mancanza non verrà a pesare sul gruppo di centro-destra.

Sempre dall’Italia arriva il maggior contributo ai gruppi populisti, nazionalisti ed euroscettici. Rispetto al 2014 crescono intanto i seggi assegnati al Movimento 5 Stelle, che praticamente raddoppia il proprio peso, con il gruppo di estrema destra  che invece beneficia del successo della Lega e – in misura minore – del Rassemblement national di Marine le Pen in Francia.

Il gruppo dei liberali, per parte sua, si ampia in particolare con gli spagnoli di Ciudadanos.

 

 

A cercare di capire le cause del cambiamento, troviamo proprio il nostro paese come responsabile per una parte significativa. Già prime delle elezioni politiche di pochi mesi fa la Lega era data in ascesa, e a un successo elettorale che l’ha portata al governo ha fatto seguito un ulteriore aumento del consenso che – ci dicono le ultime rilevazioni – risulta quasi raddoppiato rispetto a pochi mesi fa.

D’altra parte proprio i numeri delle ultime settimane mostrano che questa crescita sembra essere arrivata al suo massimo, e resta da vedere se il consenso elettorale reggerà ora che il governo è chiamato alla prova dei fatti – cercare di quadrare il cerchio delle sue generosissime promesse elettorali.

Chi ha invece già pagato, in qualche misura, è il Movimento 5 Stelle, in leggera flessione dopo il voto e ora poco sotto il 30%. Numeri che comunque, se confermati al voto di maggio prossimo, gli consentirebbero di inviare al parlamento europeo un gruppo tutt’altro che piccolo.

 

Come previsto dai trattati europei, alla Germania spetta assegnare un ampio numero di seggi, e quindi vale la pena dare un’occhiata rapida a qual è oggi la situazione insieme agli altri paesi di maggior dimensione.

Anche qui, pur senza raggiungere gli estremi italiani, i partiti tradizionali appaiono in difficoltà. Cala la CDU/CSU di Angela Merkel, che pur restando primo perde diversi punti, con invece i socialisti tedeschi ancora più in difficoltà e ormai forse persino superati dall’estrema destra.

Le elezioni in Baviera di qualche giorno fa hanno invece confermato il successo di verdi, che anche a livello nazionale sarebbero oggi il secondo partito.

 

Nonostante i problemi di popolarità di Emmanuel Macron, in Francia il suo partito regge e anzi cresce leggermente rispetto al risultato del 2017. In aumento anche i repubblicani di centro-destra e, benché meno, il Rassemblement national di Marine le Pen – nazionalisti di destra. Resta moribonda
la sinistra tradizionale dei socialisti, a meno del 10%.

 

Caso speciale è la Spagna, fra i pochissimi paesi dove un partito classico di sinistra riesce ancora ad ottenere un buon risultato. I socialisti spagnoli risultano oggi praticamente alla pari con i popolari di centro-destra, con la sinistra di Podemos che perde un po’ rispetto al voto del 2016 e i liberali di Ciudadanos che invece balzano a oltre il 20% – terzo partito nel complesso.