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Pil, reddito e tasse: calcola la pressione fiscale in Europa. Il caso Italia

Dal Granducato inizia il viaggio del Sole 24 Ore nei Paesi dell’Unione europea la cui aggressività fiscale penalizza il libero mercato e la reale concorrenza tra le imprese, creando un mancato introito fiscale stimato dalla Commissione di Bruxelles tra i 50 e i 70 miliardi di euro all’anno. Qui trovate l’inchiesta di Angelo Mincuzzi e Roberto Galullo.

Noi di Info Data per contribuire stiamo andati a guardarci un po’ di numeri sull’Europa, la crescita e il Lussemburgo.

Se si è un’azienda conviene produrre in Lussemburgo e pagare le tasse in Bulgaria. Per i privati, invece, l’ideale sarebbe lo stipendio norvegese unito alla pressione fiscale bulgara o rumena. Infodata ha estratto i dati sulla pressione fiscale dal sito della Commissione Europea e li ha incrociati con quelli relativi a reddito e Pil pro capite. E i risultati sono questi.

Ragionamenti di ipotetiche, quanto improbabili, combinazioni fiscali a parte, volendo entrare nel dettaglio il primo tema è appunto quello delle tasse. In questo grafico si mette a confronto la situazione relativa alla pressione fiscale sulle persone giuridiche e su quelle fisiche nei Paesi europei.

Ovviamente, più un punto si trova in alto, maggiore è la pressione fiscale sulle persone fisiche. Più è a destra, invece, e più alta è l’aliquota sui redditi delle persone giuridiche. Quella, per intendersi, che in Italia fa riferimento all’Irpef.

Come si può osservare, i Paesi dell’ex blocco sovietico hanno in generale una pressione fiscale più bassa sia per quanto riguarda le persone fisiche che per quelle giuridiche. La nazione che presenta invece la combinazione di aliquote più alte è la Francia: qui le aziende pagano il 34,43%, i cittadini il 51,46%. Certo, il discorso è parziale: per valutare la pressione fiscale occorre capire anche quanto uno Stato restituisca in termini di servizi. Un’indicatore, però, difficilmente misurabile. Più facile, invece, cercare di capire su quale base agisca il fisco.

Per quanto riguarda le persone fisiche, la questione è semplice: basta guardare il reddito. Nel caso specifico, il reddito mediano pro capite espresso in PPS. Acronimo che sta per Power purchase standard e che permette di normalizzare, e quindi di confrontare, il reddito in Paesi dalle situazioni economiche diverse, semplicemente rapportandolo al potere di acquisto. I dati, la fonte è Eurostat, dicono questo:

A passarsela meglio sono i norvegesi, che nel 2016 sfioravano i 29mila PPS. In euro si tratta di quasi 40mila euro. Una cifra netta, disponibile dopo aver pagato le tasse. Bulgaria e Romania sono invece in fondo alla classifica. E sono anche le nazioni nelle quali la pressione fiscale sulle persone fisiche è la più bassa a livello europeo.

Resta da provare a misurare il “reddito” delle imprese. Un tentativo, per riuscirci, può essere quello di prendere in considerazione il prodotto interno lordo, l’intera ricchezza prodotta da una nazione. I dati Eurostat dicono questo:

 Anche in questo caso i dati sono pro capite ed espressi in PPS. Fatto 100 il valore medio europeo, le aree colorate di blu sono quelle nelle quali il valore è più alto, quelle arancioni rappresentano invece i Paesi nei quali è più basso.

Il valore più alto di tutti è anche quello più difficile da vedere. Già, perché riguarda il piccolo Lussemburgo, dove il pil pro capite era pari a 253. Ovvero due volte e mezza la media europea. Per capire i termini della questione, la Germania si è fermata a 123, praticamente la metà del Granducato. Germania che ha fatto peggio anche dell’Irlanda, che ha registrato 184. Dublino che è anche uno dei Paesi in cui le imprese pagano meno tasse: l’aliquota per le persone giuridiche è ferma al 12,5%. L’Italia, per dire, ha una pressione fiscale sulle imprese pari al 27,81%, il doppio di quella irlandese. E un Pil pro capite in PPS pari a 96, la metà di quella irlandese.

Ultimi commenti
  • Bolina larga ma non troppo |

    Lo studio proposto è certamente interessante ma il modello di riferimento appare incompleto. La fiscalità delle imprese (e dunque la loro competitività nell’ambito del sistema di riferimento) va calcolata tenendo conto delle deducibilità e delle detraibilità consentiti dai diversi regimi fiscali che spostano enormemente il risultato finale. Il classico esempio delle auto utilizzate per produrre reddito che generano importanti riprese fiscali in Italia e non in Germania son un esempio banale per comprendere come due imprese con apparentemente aliquote simili si trovino in effetti ad operare in regimi fiscali completamente differenti. Ciò peraltro vale anche per i redditi di persone fisiche dove le detraibilita, ad esempio in Francia (con aliquote apparentemente simili a quelle italiane) sono assai più ampie in ambito di spese familiari per ciò di fatto le imposte versate risultano (a parità di soggetto d’imposta) profondamente differenti a favore della Francia. Il costo della vita, i servizi fanno il resto. Dunque sarebbe più corretto che, prima di strillare titoli nei quali si dipinge il regime fiscale italiano allineato a molti paesi europei se ne analizzasse in modo più completo lo scenario ottenendo, in questo caso ben altri risultati di cui peraltro tutte le imprese e le famiglie italiane fanno quotidianamente le spese.

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