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tecnologia

I social network non sanno se siamo felici. Ecco perché

Mettiamola così: la misurazione delle felicità è uno dei passatempi più strategici per un politico. Il consenso passa da quelle parti. Per quantificare il benessere di una popolazione si usano tradizionalmente indicatori economici di flusso (e non) come il Pil, i consumi o gli indici di fiducia. I social consentono una misurazione in tempo reale più puntuale, più emotiva e senza una grammatica alla base ancora in grado di comprenderne i limiti. Per rispondere quindi alla domanda: le persone sono felici?m, occorre quindi in primo luogo arrendersi all’evidenza che i social riguardano “solo” oltre 2 miliardi di persone che hanno smartphone o un pc, vivono in paesi con una connessione a internet e non vivono in condizioni di estrema povertà. Il che restringe in assoluto il senso della domanda sulla felicità.

Il Computational Story Lab , così come alcuni altri gruppi stanno lavorando per sviluppare un tale “hedonometer” – una misuratore di felicità in tempo reale che utilizza i dati di social media come un ingresso.

 

Cosa sanno i nostri Tweet di noi?

Le analisi di questo sistema si concentrano su un campione rappresentativo di Tweets in lingua inglese. Se ci concentriamo sulla parola felicità scopriamo che le persone la usano più frequentemente al mattino. Poi con il passare del giorno l’umore cambia. In peggio. Il che contraddice in parte chi nelle primissime ore della mattine non è di buon carattere con gli altri. Sabato tende a essere il giorno più felice della settimana, con “amore”, “famiglia” e “divertimento” usati più spesso, il lunedì e il martedì  si è un po’ più parchi nell’uso degli aggettivi. Da qui a individuare un segnale sulla felicità delle persone ce ne passa.

Gli studi delle correlazioni sui social. Più interessante è invece quando si analizzando le pulsioni su Twitter legate ai grandi eventi. I dati degli Stati Uniti mostrano che le festività tendono ad essere i nostri giorni più felici. Risultati simili si riscontrano a Pechino per il capodanno cinese. Stesso discorso per eventi pop come il campionato mondiale di calcio (sight)o il Super Bowl I giorni più tristi emergono in risposta a eventi catastrofici come il terremoto e lo tsunami in Indonesia, le morti di celebrità come quelle di Michael Jackson e gli attacchi terroristici a Parigi. Come si legge in questo articolo del World Economic Forum esistono studi che misurano correlazioni tra parole o frasi specifiche e l’obesità o la diffusione del diabete. I tweet che trasmettono emeozioni negative come ansia o aggressività sono correlati a indici di mortalità più alti legati alle malattie cardiache. Analisi di foto di Instagram su 166 individui hanno identificato marker legati alla depressione. I soggetti depressi tendevano a postare foto più blu o scure.

Il limite. Tutti questi studi hanno un limite di non poco conto. Analizzano le parole. Parole che sui social non sono pietre. Sulle rete sociali, anche qui lo dimostrano svariati studi, siamo eccessivi nell’uso degli aggettivi e nel registro della comunicazione. Diciamo no per dire io, siamo leoni da tastiera e ci sentiamo più liberi e più aggressivi. Siamo eccessivamente seduttivi e siamo costretti ad affidarci ai software per indirizzare la nostra creatività espressiva. Questi limiti che poi sono la sintassi della comunicazione sui social vanno compresi. Serve un tara alla comunicazione digitale che ancora non è stata calcolata.  Twitter così come altri social media rappresentano da un punto di vista sociologico una fetta precisa (e parziale) della popolazione. Inoltre in qualche modo deformano le rappresentazioni che diamo di noi stesso e di quello che ci circonda. Siamo sicuri che la pancia della rete sia in grado di raccontare quanto diamo felici?