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politica

Il governo, la crisi e le posizioni dei partiti


Ventitré delegazioni, ventitré posizioni, neanche definite, sulla crisi di governo che si è aperta mercoledì con le dimissioni di Matteo Renzi, ventitré atteggiamenti rispetto alla legge elettorale, ventitré priorità rispetto alla situazione economica del Paese. Con almeno un obiettivo condiviso per il Paese: la crescita. Al Colle dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella sfileranno da stamattina le rappresentanze parlamentari, dimostrazione plastica dei distinguo politici e del bipolarismo che non c’è. Ma anche di una rete di alleanze che più mobile non si potrebbe. Con tutti che navigano a vista.
Una maggioranza sulla carta esiste ancora, tra Pd, Ncd e Civici e Innovatori, a cui si aggiungono i verdiniani di Ala e le Autonomie: il fronte del Sì (fatta eccezione per la minoranza dem schierata per il No), uscito sonoramente sconfitto dal referendum. Renzi alla direzione del suo partito, chiusa senza dibattito, è stato chiaro: il Pd, in quanto partito di maggioranza relativa, non può esimersi dalla responsabilità. Ma in prima battuta ha chiesto la stessa responsabilità anche ai partiti del No, ipotizzando un governo aperto a chi intende farsi carico del peso di gestire la crisi. Una strada che appare però lastricata di ostacoli, a meno di sorprese da parte di Forza Italia: Silvio Berlusconi per ora bada prudentemente a mantenere unito il centrodestra dicendosi contrario a qualsiasi governo di scopo ma disponibile a un tavolo allargato per riformare la legge elettorale in senso proporzionale.

Articolo del Sole 24 Ore del 9 dicembre 2016