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Dossier lavoro: tre milioni di contratti a tempo determinato. I dati da cui partire

Negli ultimi tempi i contratti a tempo determinato hanno raggiunto una diffusione senza precedenti nel mercato del lavoro italiano, tanto da arrivare a coinvolgere poco meno di tre milioni di dipendenti. L’aumento principale, mostrano i dati dell’agenzia europea di statistica, riguarda i contratti di durata breve – che scadono o si rinnovano in meno di sei mesi.

Osservando la stessa fonte troviamo invece che i dati dei contratti di durata maggiore appaiono meno volatili nel tempo, anche se certamente i numeri assoluti vanno inseriti nel contesto di una forza lavoro la cui composizione totale è cambiata per tanti motivi: la crisi economica in primo luogo.

Un modo semplice per capire se davvero il lavoro a tempo determinato è in aumento o meno consiste nel contare quanto pesa la fetta di occupati con questo genere di contratti sul totale dei dipendenti. Ancora più utile è confrontare poi questo numero con il resto d’Europa, per capire quanto è frequente in Italia il ricorso al lavoro a termine e se siamo o meno un’eccezione rispetto agli altri paesi avanzati.

Tornando indietro alla fine degli anni ‘90, troviamo che allora il lavoro a termine nel nostro paese pesava parecchio meno di oggi, e sicuramente in misura inferiore rispetto alla media dell’area euro o, se è per questo, di Germania e soprattutto Spagna. Quest’ultima ha sempre fatto molto ricorso al lavoro a termine, più che in qualunque altra fra le grandi nazioni europee, al punto che per parecchi anni circa un terzo dei lavoratori dipendenti totali avevano un contratto a tempo determinato. Una forza lavoro più flessibile è anche però la prima a pagare il prezzo quando le cose non vanno bene, e così con la crisi economica del 2008 troviamo un calo, ma con la ripresa i valori spagnoli tornano a salire pur non raggiungendo ancora i numeri precedenti.

Ancora altrove, come nel Regno Unito, in generale il mercato del lavoro risulta flessibile per tutti per cui il ricorso ai contratti a termine appare tutto sommato molto limitato.

In Italia invece le cose cambiano nella primi metà degli anni ‘2000, quando la fetta di lavoratori a termine comincia a crescere, per raggiungere poi proprio negli ultimissimi tempi un nuovo massimo storico. Va ricordato comunque che nel periodo in cui il lavoro a termine era poco diffuso la disoccupazione dei 15-24enni – ricordano i dati ISTAT – era molto elevata e in effetti si è ridotta negli anni subito successivi.

La diffusione del lavoro a termine ha avuto l’effetto di rendere meno stabile nel complesso il lavoro, e insieme ha consentito di trovare un impiego a gruppi che storicamente avevano sempre avuto molta difficoltà a trovarlo, fra cui i giovani e le donne.

Si può dire che l’Italia è poco sopra la media europea, commenta il direttore della Fondazione ADAPT Francesco Seghezzi, ma negli ultimi anni abbiamo assistito ad una forte e soprattutto costante accelerazione. Se prima eravamo sotto la media l’abbiamo superata in poco tempo. Questo è il primo dato a cui guardare”. L’esperto di mercato del lavoro continua: “se poi guardiamo al livello normativo sicuramente l’Italia ha una legislazione un po’ più permissiva di altri paesi, per esempio sul fronte della durata massima e sul numero di proroghe. Ma soprattutto l’Italia non ha ad oggi forme agili di regolazione di lavori molto brevi, dopo l’abolizione dei voucher. Questo con l’abolizione dei cocopro (che erano prima calcolati tra i lavoratori autonomi) ha portato ad una crescita del lavoro a termine. Ma più che le questioni normative molto ha inciso il fronte dell’incertezza economica e dell’incertezza dei mercati internazionali”.
nazionali”.