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cronaca

Il Nutri-Score racconta uno scaffale più verde di quello reale

Il Nutri-score è un sistema di etichettatura nato in Francia nel 2017 per aiutare i consumatori a una scelta più sana degli alimenti da acquistare. Consiste in una semplice etichetta composta da cinque colori e da cinque rispettive lettere: si va dalla A, colorata di verde scuro, alla E, colorata di rosso, passando per la B, la C e la D. Più un prodotto è considerato di elevate qualità nutrizionali e più il suo punteggio sarà vicino alla A, meno lo sarà e più si avvicinerà alla E.

 

Ralf Roletschek / Roletschek.at

Alla base dell’indice di qualità c’è un calcolo che è stato rivisto tra il 2022 e il 2023 al fine di non penalizzare quei prodotti ricchi di grassi buoni, ma comunque l’approccio rimane simile: un elevato contenuto di frutta e verdura, fibre, proteine e oli sani (olio di colza, di noci e di oliva) per 100 grammi o 100 millilitri di prodotto alimentare fa diventare il prodotto sempre più di buona qualità, mentre un elevato contenuto di calorie, zucchero, acidi grassi saturi e sodio per 100 grammi o 100 millilitri promuove un punteggio sfavorevole.

La classificazione va da A a E e, tradotto in termini numerici, da circa -15 a 40, quindi più il punteggio di un alimento è piccolo e più significa che si avvicinerà alla A, ma è necessario fare una precisazione: il punteggio varia dal tipo di alimento. Per gli alimenti in generale, viene assegnato un voto A agli alimenti con punteggio inferiore a 0, un B da 1 a 2, un C da 3 a 10, un D da 11 a 18 e un E per qualsiasi punteggio superiore a 19. Per grassi, oli, frutta secca e semi, viene assegnato un voto A quando il punteggio è inferiore a -6, un B da -5 a 2, un C da 3 a 10, un D da 11 a 18 e un E per punteggi superiori a 19. Per le bevande, solo l’acqua riceve un voto A, mentre un B corrisponde a qualsiasi punteggio inferiore a 2, un C da 3 a 6, un D da 7 a 9 e un E per punteggi superiori a 10.

Alla base del punteggio c’è la differenza tra punti negativi e punti positivi: i primi sono quelli che tengono conto delle calorie, degli zuccheri semplici e dei grassi saturi, mentre i secondi considerano le proteine, le fibre e la presenza di frutta o verdura. Un alimento che fornisce una buona dose di proteine, non ha zuccheri e offre un ridotto apporto calorico, avrà un punteggio molto basso e sarà più vicino alla A che alla E.

Quali sono i suoi problemi? Il sistema assegna un punteggio guardando a 100 grammi o 100 millilitri di alimento e non sulla porzione effettiva che una persona consuma, quindi, almeno nel vecchio algoritmo, alimenti con una ricca densità calorica venivano penalizzati. La classificazione in 5 lettere impedisce una visione d’insieme che è alla base di ogni dieta e rischia di demonizzare un prodotto. La presenza di aromi e additivi industriali, tipica dei cibi processati, non può essere integrata nel calcolo matematico dei componenti chimici di un alimento, quindi la proposta è stata quella di segnalare i cibi ultra processati con una fascia nera intorno al semaforo.

A livello politico il sistema di etichettatura non è stato accolto con gioia da tutti i paesi europei e, anzi, qualche governo si è esplicitamente opposto. È ad esempio il caso dell’Italia, che con un decreto ministeriale del 2020 ha introdotto il NutrInform Battery, l’alternativa italiana al sistema di etichettatura semaforico Nutri-Score, che si concentra di più sul concetto di porzione raccomandata, invece che sui classici 100 grammi o 100 millilitri; inoltre, il sistema italiano mostra la percentuale di calorie, grassi, grassi saturi, zuccheri e sale apportati dalla porzione rispetto al fabbisogno giornaliero (GDA). È anch’esso esposto a critiche: la porzione raccomandata dal venditore varia da un prodotto all’altro rendendo difficili i confronti, la batteria piena (solitamente considerata positivamente) esprime qualcosa di negativo e la lettura di numerosi dati e percentuali è meno immediata rispetto al nutriscore.

Entrambi gli indicatori sono volontari, quindi non esiste una vera e propria norma che ne disciplini l’uso e ciascun produttore è libero di inserirlo o no nella confezione dell’alimento realizzato. In rete esiste l’Open food facts, un database condiviso che permette a chiunque di inserire un prodotto e i suoi valori nutrizionali, in modo da poterne calcolare il rispettivo Nutri-Score; i dati forniti dal progetto sono liberamente accessibili e permettono di realizzare diverse analisi. Una nota: un terzo dei prodotti analizzati è venduto in Francia e circa un quarto negli Stati Uniti, dove il Nutri-Score non è in uso.

La prima cosa che emerge è che la maggior parte dei prodotti censiti è considerata di scarsa qualità nutrizionale, infatti il 74% dei prodotti ha un punteggio pari o inferiore alla C. Ciò non significa che il 74% dei prodotti in commercio abbia questo punteggio, principalmente per due motivi: per prima cosa il database è volontario, quindi ognuno decide cosa inserire e cosa no e, di conseguenza, difficilmente si inserirà un prodotto con qualità pari ad A, ad esempio un frutto o una verdura. Probabilmente si è in presenza di una specie di bias di autoselezione, dove i prodotti con qualità peggiori sono quelli più presenti perché sono gli stessi che vengono selezionati e inseriti, mentre quelli con buoni punteggi vengono esclusi dall’inizio.

Il fatto che il database sia aperto fa sì che vengano aggiunti anche quei prodotti che non hanno un Nutri-Score stampato sulla confezione e ci permette di distinguere tra alimenti che vengono confezionati con il suo semaforo e alimenti che restano senza. Se confrontiamo le due tipologie di alimenti, in base al punteggio del Nutri-Score, vediamo che la quota di prodotti che hanno il Nutri-Score stampato sulla confezione diminuisce quando la qualità nutrizionale dell’alimento è considerata scarsa, come nel livello D ed E, mentre aumenta nel resto dei casi. Tra i prodotti con il Nutri-Score stampato, quelli di livello E sono il 16%, mentre tra quelli senza, il 29%

Apparentemente sembra che il Nutri-Score tenda a non essere stampato quando la qualità dell’alimento rientra nei livelli D ed E, cioè i peggiori. Per comprendere meglio la relazione tra stampa e qualità di un alimento è utile tenere conto della categoria di ognuno di essi e vedere se ci sono differenze nel caso di presenza nel punteggio sulla confezione o no. Suddividendo per categoria si nota una differenza tra i punteggi dei Nutri-Score quando esso viene stampato e quando no: considerando 1=A, …, 5=E è possibile capire quanto la stampa del punteggio sia associata alla qualità del prodotto. Ad esempio, nella carne, i prodotti con il Nutri-Score stampato hanno in media un punteggio migliore di quasi una lettera intera (0,78).

Il movimento delle frecce a sinistra rappresenta la differenza di punteggio tra i prodotti con e senza il Nutri-Score stampato: i prodotti che lo hanno stampato tendono ad avere punteggi migliori, mentre coloro che non l’hanno stampato sulla confezione sono quelli con punteggi peggiori. Si potrebbe pensare che la differenza dipenda solo dalla composizione dei due gruppi: magari il logo compare più spesso in paesi o su marche che producono alimenti più sani, quindi abbiamo confrontato i prodotti tenendo fermi, uno alla volta, la categoria, il paese e la marca e i risultati dicono che, considerando tutti i prodotti, quelli con il Nutri-Score stampato hanno in media un voto migliore di quasi mezza lettera (0,45).

A parità di categoria lo scarto scende a 0,30 e resta praticamente uguale se si tiene conto anche del paese. Il calo più forte arriva confrontando prodotti della stessa marca: la differenza si riduce a 0,12, circa un ottavo di lettera, ma non sparisce. Una parte del vantaggio, quindi, dipende dal fatto che le aziende che adottano il logo hanno in generale prodotti migliori, ma, anche all’interno della stessa marca, i prodotti con il Nutri-Score sulla confezione tendono ad avere un voto un po’ migliore di quelli senza.

Questa differenza non dipende dal cambio di algoritmo: per entrambi i gruppi la lettera è quella calcolata da Open Food Facts con le stesse regole, quelle del 2023, mentre il nuovo algoritmo, più severo, pesa su un altro confronto: quello tra la lettera stampata sulla confezione, a volte calcolata con il vecchio metodo, e quella calcolata oggi.

Sulla diagonale della tabella in alto vediamo la quota di prodotti che hanno lo stesso punteggio sia sul Nutri-Score stampato sulla confezione che su quello calcolato da Open Food Facts, mentre alla sua destra troviamo la quota di prodotti che scivola verso livelli peggiori, ossia coloro che passano da una lettera all’altra. Ad esempio, più della metà (54%) dei prodotti che hanno stampato la lettera B, con il Nutri-Score calcolato passano a una C. La tendenza a peggiorare il proprio punteggio potrebbe proprio essere legata a un metodo di calcolo più severo e questo si traduce in un mancato allineamento tra le confezioni dei prodotti, cioè quello che i clienti vedono, e l’indicazione aggiornata sulla qualità nutrizionale del prodotto, a causa di un mancato aggiornamento dell’indicatore; ad oggi però, tale disallineamento si sta contenendo sempre di più: la quota di prodotti che ha un Nutri-Score calcolato con punteggi peggiori costituisce il 24% delle confezioni fotografate nel 2026, contro il 44% di quelle fotografate nel 2022.

L’ultimo dato ci dice che quasi una confezione su quattro, tra quelle fotografate nel 2026, riporta una lettera più favorevole di quella calcolata da Open Food Facts con l’algoritmo attuale, più severo. Inoltre, l’analisi mostra che, all’interno della stessa categoria, i prodotti che hanno il Nutri-Score stampato tendono a essere quelli con qualità più elevate, mentre quelli privi dell’indicatore sulla confezione sono quelli che presentano un punteggio più basso. I dati non ci possono dire se c’è una preferenza dei produttori a stampare il Nutri-Score solamente sugli alimenti che hanno buoni punteggi e a escludere gli altri, ma possono far riflettere su quanto l’utilizzo di un indicatore, sia esso il Nutri-Score o il NutrInform Battery, per guidare i consumatori alla scelta di prodotti più sani possa funzionare quando è lasciato alla libera scelta dei produttori e senza un’adeguata educazione alimentare.

Se il logo compare più spesso sui prodotti migliori e, a volte, riporta una lettera calcolata con regole ormai superate, chi fa la spesa affidandosi al semaforo vede una parte dello scaffale più verde di quanto sia in realtà. Gli indicatori restano uno strumento utile per confrontare due prodotti simili, a patto di ricordare che anche un’etichetta che manca può significare qualcosa e valere una domanda in più da farsi. A questa domanda spesso si può rispondere leggendo la tabella dei valori nutrizionali e la lista degli ingredienti di ogni alimento, seguendo le principali linee guida sull’alimentazione.